di
Federico Rampini

Il saggio sul tycoon in edicola gratis domani col Corriere

A che punto è la prima guerra di Donald Trump? Dipende se la si osserva sul piano militare, o geoeconomico, o della politica interna. Il bilancio militare è il meno problematico. 

Se lo si paragona a conflitti passati, per ora l’attacco all’Iran potrebbe ancora definirsi una «operazione militare speciale» (per usare l’espressione di Putin all’inizio della campagna ucraina), con una efficacia notevole nel ridimensionare gli arsenali degli ayatollah e decapitare il regime. La prova si ha immaginando una situazione rovesciata. Se in quattro settimane l’Iran avesse ucciso Netanyahu, eliminato i capi dell’esercito israeliano e del Mossad, distrutto in massima parte l’aviazione e la marina di Tel Aviv, non staremmo insinuando che i Guardiani della Rivoluzione islamica perdono. 



















































Guerra in Iran, tutti gli aggiornamenti

Eppure nel caso di Trump la sconfitta aleggia nell’aria. Può sembrare una forzatura, e in parte lo è, ma bisogna chiedersi perché accade. Neppure all’inizio della guerra in Vietnam (che finì come la più impopolare nella storia del Paese) metà dell’America tifava perché le proprie forze armate perdessero, come succede dal 28 febbraio con questo intervento. Idem per le «guerre interminabili di Bush Junior» in Medio Oriente, come le definì Trump condannandole: né l’attacco all’Afghanistan nel 2001 né l’invasione dell’Iraq nel 2003 furono osteggiate a questo punto fin dalle primissime giornate. Il clima che si respira oggi si spiega con il personaggio alla Casa Bianca. 

Crisi di consenso

Come ricostruisco nello speciale che sarà in edicola con il Corriere domani, il ritratto di Trump che apre la serie sui «Signori della guerra», questo presidente si capisce meglio studiando i precedenti storici: l’anti-europeismo di Richard Nixon all’inizio degli anni Settanta; il protezionismo di Ronald Reagan negli anni Ottanta; le tante crisi nei rapporti atlantici legate a guerre mediorientali e shock energetici. Però Trump è un campione nella capacità di spaventare e alienarsi metà del proprio Paese e una parte consistente dei suoi alleati, soprattutto europei. 

Il bassissimo consenso domestico verso la guerra in Iran dipende anche dal fatto che questo presidente ha fatto poco per spiegarla e «venderla» agli elettori, sicché anche nella sua base Maga ci sono fremiti di dissenso. Le manifestazioni No Kings che si sono ripetute anche in questo weekend in diverse città degli Stati Uniti non sono le prime a contestare una guerra in corso (le piazze erano ben più gremite negli anni ’60 e ’70 per il Vietnam), però questa protesta contro il conflitto si salda con quella per le pulsioni autocratiche del Comandante in Capo. L’Iran agisce sul «fronte interno», cioè sull’opinione pubblica Usa, allargando i danni all’economia globale. Su questo fronte la guerra non è un successo finché non sblocca Hormuz. 

Allo stesso modo, per i rapporti con gli alleati la crisi del 2003 fu almeno altrettanto grave di quella attuale, dopo che Germania e Francia si erano dissociate sull’Iraq. Ventitré anni fa molti diedero per defunta la Nato, però quella divaricazione non avveniva sullo sfondo di una raffica di dazi contro le merci europee; né era in corso un’altra guerra sul suolo del Vecchio continente come oggi in Ucraina.

Secondo Kissinger

Su Trump resta utile il giudizio che ne diede il grande stratega Henry Kissinger prima di morire: è uno di quei personaggi la cui apparizione va interpretata come un segnale di passaggio da un’epoca storica a un’altra. Quella che si apre è segnata da un ritorno in primo piano dei rapporti di forze. Anche l’esito di questa guerra verrà giudicato con questo criterio: chi ne uscirà rafforzato e chi indebolito.

30 marzo 2026