L’ex attaccante racconta il suo calvario a causa di un errore giudiziario: “In tanti mi hanno voltato le spalle ma non Luca, era mio fratello e chiamava tutti i giorni mia moglie”


Lorenzo Cascini

Giornalista

30 marzo – 08:52 – MILANO

La storia di Michele Padovano è quella di un uomo che si è fatto amico lo schiaffo del vento, imparando a soffrire, cadere e poi risorgere. “Ho lottato diciassette anni contro un’accusa ingiusta. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa”. La tenacia l’ha aiutato a non mollare. “È la qualità che più di tutte mi riconosco. Anche in campo ero così”. Già, il campo. Quello che l’ha visto segnare al Real Madrid, battere l’Ajax in finale di Champions, essere protagonista di scudetti e vittorie in bianconero. Poi, il buio. Viene arrestato, accusato di essere il finanziatore di un traffico internazionale di sostanze stupefacenti, finisce addirittura in isolamento. Fino all’assoluzione, avvenuta nel gennaio del 2023. 

Padovano, non possiamo che partire da qui. Lei stesso l’ha definito un inferno, durato 17 lunghi anni. 

“Lo è stato. Assolutamente. Soprattutto perché ho sempre saputo di essere innocente e completamente estraneo ai fatti. Ho lottato diciassette anni contro un’ingiustizia. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa. L’assoluzione per me vale la vittoria della Champions”. 

Quale è stato il momento più duro in tutto questo tempo? 

“Ce ne sono stati tanti. Probabilmente l’isolamento. Stare per molti giorni senza vedere nessuno ti fa sentire perso. È una sensazione difficile da descrivere a parole. Ti sembra che il tempo non passi mai. In più, in quel periodo era sotto indagine anche mia moglie — poi archiviata dopo 7 mesi — e non potevamo nemmeno chiamarci. Infine, il trattamento delle guardie nei miei confronti: è stato davvero pesante”. 

Stare per molti giorni senza vedere nessuno ti fa sentire perso. Il trattamento delle guardie nei miei confronti è stato davvero pesante

“Eh, credo che fosse dovuto anche al fatto che fossi un calciatore. Una guardia carceraria mi disse “i tuoi soldi adesso te li ficchi nel culo”. Cose di un altro mondo. I carabinieri che mi davano del “tu”, trattandomi come una pezza da piedi. Hanno cercato di calpestare la mia dignità sin dal primo momento”. 

È stato accusato di essere il principale finanziatore di un’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio internazionale di droga, senza sapere assolutamente nulla. Si è mai dato una spiegazione? 

“Tutto nasce dal fatto che ho prestato dei soldi a un amico. Lo conoscevo da una vita. Economicamente stavo bene e non era un problema per me aiutare qualcuno in difficoltà, anzi. Ma non sapevo cosa avrebbe fatto con quei 35mila euro. Non ero al corrente di nulla. Gli dissi solamente “so che sei un combina guai, do i soldi a tua moglie”. Ma in modo bonario. Invece le nostre telefonate, innocenti, sono state scambiate per messaggi in codice con parole criptate. Parlavamo di “cavallo”, “gru” e “terreno” e per gli investigatori sarebbero stati nomi in codice relativi a partite di cocaina. Per fortuna ha vinto la verità. Certo, tutto quello che ho perso nessuno me lo ridarà indietro”. 

Ha mai avuto paura di non farcela? 

“Dopo le due batoste nei primi gradi di giudizio… un po’ sì. Più che altro ho avuto paura di non riuscire a dimostrare la mia innocenza. Ma ho lottato come un leone e non ho mai mollato. La tenacia è la qualità che più di tutte mi riconosco. Anche in campo ero così”. 

Pensa che il mondo del calcio l’abbia abbandonata? 

“Tanti mi hanno voltato le spalle e deluso, questo sì. Tutto quello che ho vissuto mi ha aiutato a fare un repulisti. Ho capito chi sono gli amici veri e chi c’era invece solo per opportunità. Quando sono stato arrestato avevo smesso di giocare e facevo il direttore generale ad Alessandria. Il carcere mi ha chiuso le porte del mondo e anche del calcio. In un attimo sembra che nessuno si ricordi più di te”. 

Chi non l’ha mai dimenticata è Gianluca Vialli. 

“Luca era mio fratello. So che chiamava mia moglie Adriana tutte le settimane per sapere come stessi. Siamo sempre stati molto uniti. Quando giocavamo nella Juventus eravamo sempre insieme, così come a Londra. Abitavamo a 300 metri di distanza. Un’estate abbiamo affittato una barca e siamo partiti, solo io e lui. Ricordo che faceva l’allenatore/giocatore al Chelsea ed era sempre al telefono e… quanto glielo facevo pesare. Mi fa male pensare che non abbia fatto in tempo a godersi la mia assoluzione, proprio lui che me l’ha sempre detto e mi ha sempre sostenuto. Ma sono sicuro che ha esultato in cielo”. 

Con lui anche Denis Bergamini. 

“Assolutamente. Denis è nel mio cuore, pensi che ho chiamato mio figlio così in suo onore. Chi lo conosceva sa che Bergamini era un ragazzo speciale, per me a Cosenza è stato un secondo padre. Non ho mai creduto nemmeno per un attimo all’ipotesi del suicidio. È il mio angelo custode. In carriera gli ho dedicato tutti i miei gol”. 

Eccoci, i gol. Quello a cui è più legato? 

“Quello segnato al Real nella Champions del ‘96. Faccio gol io, vinciamo e passiamo il turno. Così come il rigore tirato in finale con l’Ajax. Poi la Coppa, la festa, quanti ricordi. Eravamo un gruppo fantastico, fatto di uomini veri. E a guidarci avevamo Marcello Lippi e Gianni Agnelli. L’Avvocato mi stimava molto: dopo un gol in Champions al Dortmund scese in spogliatoio e mi disse ‘Con me in porta mica lo facevi’. Ancora oggi abbiamo una chat tra compagni in cui parliamo e quando ci rivediamo è come se non fosse passato un giorno”. 

20060510 - TORINO - SPR - DROGA: TRAFFICO HASHISH; ARRESTATO EX CALCIATORE PADOVANO - Michele Padovano, ex calciatore della Juventus, in una foto d'archivio. Padovano e' accusato di 
associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga. Gli e' stato contestato il ruolo del 
finanziatore. Secondo quanto hanno raccontato i carabinieri, l' ex calciatore era in rapporti di amicizia con Luca Mosole, 39 anni, di La Cassa (Torino), considerato il capo della banda di trafficanti di hashish.
  Le indagini partono nell' ottobre del 2004 dalla compagnia carabinieri di Venaria (Torino) e vengono poi coordinate dal pm di Torino Antonio Rinaudo della Direzione distrettuale antimafia. ALESSANDRO CONTALDO / ANSA / I51

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“Scrivono in tanti! Forse Ciro Ferrara, l’anima dello spogliatoio. Poi Di Livio, Torricelli, Peruzzi e molti altri. C’è anche Conte, che però è ovviamente quello più impegnato di tutti. Il segreto delle nostre vittorie è sempre stato l’essere una cosa sola, unito al duro lavoro. Quello che deve ritrovare la Juventus di oggi”.