di
Gaia Piccardi
A Miami il numero 2 del mondo si sta spesso affidando alle volée, ma così facendo ha bisogno di più tempo dopo gli scambi e si è lamentato con l’arbitro. Stasera la sfida con Lehecka
Andare a rete dietro una prima carica di nitroglicerina, o chiudere il punto con una volée in cima a uno scambio tenuto in pugno sin dal servizio, paga. A Miami, nel gioco dei vasi comunicanti del tennis, rispetto all’Australia Jannik Sinner è cresciuto ancora in numeri e percentuali. Se il colpo d’avvio funziona (60 ace in Florida fin qui, tre volte su cinque in doppia cifra), a cascata fluisce tutto il resto.
Non a caso, potendo fidarsi ciecamente del servizio su un campo veloce, sulla strada della finale di stasera contro Jiri Lehecka l’azzurro si è spinto a rete con frequenza. Con Michelsen e Tiafoe le eccezioni: 10 punti su 13 incursioni con Dzumhur, 16/25 con Moutet, 11/13 con Zverev in semifinale venerdì notte in un match intenso e teso, lamentandosi con l’arbitro per l’incalzare dello shot clock. Il dettaglio è curioso: se Jannik farà degli attacchi una costante, dovrà prendere nuove misure all’orologio che scandisce i 25 secondi per ricominciare il gioco. «Non lo faccio partire io, è automatico» si è sentito rispondere. Come a dire: arrangiati. Un conto è avere il tempo di recuperare l’asciugamano dopo un punto chiuso da fondo, la specialità di casa Sinner. Un altro conto è ritrovarsi a rete e dover cominciare la propria routine tra un quindici e il successivo risalendo in lunghezza la metà campo: più strada da percorrere, stesso count down. Niente di drammatico né insormontabile, però un necessario aggiustamento di tempistiche, per un giocatore che fa dell’attenzione ai dettagli uno dei suoi punti di forza, sarà d’uopo.
Zverev si è visto annullare la quinta e la sesta palla break concesse da Jannik durante il Miami Open. La tenuta è granitica (unico break subito nei quarti con Michelsen), i marginal gains continui. In stagione l’ultimo set l’ha perso con Mensik a Doha, poi — tra Indian Wells e Miami — undici successi consecutivi, 32 set di fila vinti in un Master 1000 e 26 tie break sugli ultimi 30, quarta finale in Florida su cinque partecipazioni. Oggi si trova di fronte l’ennesimo alfiere della generazione Sinner, il ceco Lehecka, un pari età classe 2001 frenato da un pesante infortunio da stress alla schiena che da domani si affaccerà per la prima volta nei top 15. A Miami Lehecka non ha mai perso il servizio, come Novak Djokovic nel 2011, quando conquistò il torneo per la seconda di sei volte. Ma se c’è un giocatore con la risposta in grado di aprire anche un’ostrica, quello è Jannik.
Come prologo di buon auspicio alla sfida Sinner-Lehecka, ieri è arrivato il trionfo di Andrea Vavassori e Simone Bolelli nel doppio, con toccante dedica del bolognese al padre malato: «Resisti papà». Dominati Heliovaara e Patten (6-4, 6-2), nono titolo Atp da quando la coppia di Davis si è formata, terzo posto agganciato nella Race per Torino. E oggi tocca a Errani-Paolini contro Siniakova-Townsend. Su Miami è atteso il maltempo: tra le varie criticità che presenta, il secondo Master 1000 della stagione non è provvisto di tetto. Sinner non ha nel mirino solo il settimo titolo mille della carriera ma anche l’impresa che non riesce a nessuno dal 2017 (Federer): infilare il Sunshine Double, cioé Indian Wells e Miami back to back. Diventerebbe l’ottavo tennista a riuscirci dall’85, entrando in un rotary che comprende Jim Courier (‘91), Michael Chang (‘92), Pete Sampras (‘94), Marcelo Rios (‘98), Andre Agassi (2001), Roger Federer (2005, 2006, 2017) e Novak Djokovic (2011, 2014, 2015 e 2016). Ma se facesse il Sunshine Double senza perdere un set, ancora una volta Jannik Sinner calpesterebbe un territorio totalmente inesplorato.
29 marzo 2026
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