Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, convinti di essere destinati a qualcosa di più nobile di una donna e un impiego in banca. E invece, in qualche modo, siamo finiti da Pierluigi Diaco.
Strano destino, quello di Gino Paoli: una vita spregiudicata, intensa, bohémien — con dentro tutto il repertorio possibile, dal tentato suicidio all’alcol, dalla droga agli amori celebri, fino alle ferite insanabili come la morte del figlio Giovanni — attraversata da una profonda vena esistenzialista. E poi, a tirare le somme in prima serata, arriva l’orazione funebre affidata al più conformista, al più convenzionale, al più diligentemente opportunista dei conduttori. Così va il mondo, e pure il telecomando.
Il problema vero è che “Per sempre Gino” (Rai1) è stato, per molti versi, uno spettacolo imbarazzante. Soprattutto se confrontato con la serata che Fabio Fazio ha dedicato a Ornella Vanoni sul Nove: lì emozione, misura, interpretazioni e perfino qualche salutare silenzio. Qui invece era tutto un parlare, un commentare, un sovrapporre. Gino Paoli spiegato da Alba Parietti, analizzato da Fausto Bertinotti — che a un certo punto ha evocato pure Umberto Eco, la divisione in generi, alto e basso (spoiler: eravamo molto in basso) — e infine lucidato da Marino Bartoletti, sempre pronto a trasformare ogni frase in una colata di retorica. C’erano anche Gabriella Farinon e Rosanna Vaudetti, ma sulle “icone” televisive, per carità, meglio mantenere un rispettoso silenzio (che in trasmissione, del resto, mancava).
Certo, la Rai può sempre contare su un repertorio straordinario, e forse sarebbe bastato quello. Ma Diaco ha preferito arricchire il tutto invitando attrici e attori — Lina Sastri (casualmente in promozione), Claudia Gerini, Serena Autieri, Dario Ballantini, Sergio Castellitto — alcuni dei quali si sono cimentati con canzoni meravigliose, con esiti… diciamo variabili. Il cast dei commentatori sembrava uscito da un generatore casuale di opinioni non richieste, degno di una recita parrocchiale di lusso.
Era la degradazione ultima dell’idea di destino.
30 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA