di
Lorenzo Cremonesi e Guido Olimpio

Sui piani del Pentagono i fantasmi di Iraq e Afghanistan

Il Pentagono si sta seriamente preparando per lanciare una lunga serie di operazioni di terra per colpire il cuore del sistema difensivo iraniano. Per il momento si parla di invasioni limitate all’isola di Kharg, il più importante terminale petrolifero nel Golfo, e di zone costiere che rivestono particolare importanza strategica ed economica. Se ne accenna alla Casa Bianca, e a oggi sembrano discorsi minacciosi soprattutto mirati a costringere Teheran a perseguire la via diplomatica, ma se ne discute in modo anche più concreto tra i circoli militari. La questione sta diventando seria, tanto che il Wall Street Journal riferisce dell’imminente arrivo nella regione di 17.000 soldati «presto» pronti all’invasione. E il Washington Post titola su «preparativi per settimane» di azioni belliche sul suolo iraniano.

Le missioni aeree

Non servono troppi esperti di cose militari per capire che il passaggio dalla fase degli attacchi dall’aria, che ha caratterizzato il primo mese di guerra, dove Usa e Israele hanno ormai il pieno controllo della spazio aereo iraniano, ai boots on the ground di un eventuale prossimo futuro comporta incognite, rischi e una qualità di impegno totalmente nuovi. I funzionari della Difesa, citati in modo anonimo dalla stampa americana, accennano a «raid di forze speciali coadiuvati dalla fanteria regolare» sostenuti dalla massiccia presenza della forza aerea. Il Pentagono, per aumentare la «potenza di fuoco» e forse anche in vista dell’eventuale azione di terra, ha ampliato l’uso dei bombardieri strategici. Alcuni decollano dalla base britannica di Fairford, altri arrivano direttamente dagli Stati Uniti. Sono B 52, B 1 e B 2 appoggiati da un gran numero di rifornitori dislocati a Lajes (Azzorre) così come in altre installazioni in Europa (Francia, Romania, Bulgaria, Germania, Grecia). È uno sforzo logistico che richiede coordinamento e impegna non poco gli equipaggi per missioni che durano 12-15 ore.

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

I velivoli portano bombe anti-bunker, missili Cruise, ordigni con i quali cercano di degradare le difese dei pasdaran attorno ai possibili bersagli. Intensi gli strike nella fascia costiera dell’Iran, dove i Guardiani della Rivoluzione hanno sistemi anti-nave, vedette, depositi di mine. Gli spotter che tracciano i voli hanno segnalato nelle scorse ore il trasferimento di altri due B 52 — in codice «The Big Stick» e «Lucky 13» — sulla pista in Gran Bretagna. Il numero totale dei bombardieri rischierati all’estero sarebbe di almeno 23 esemplari, integrati quando è necessario da quelli in partenza dal territorio americano. Per contro è uscita di scena la portaerei Ford, costretta a raggiungere lo scalo di Spalato, in Croazia, per procedere a lavori di riparazione. Il suo posto dovrebbe essere preso dalla «sorella» Bush.

I precedenti

Ma tutto questo imponente schieramento di forze non fa dimenticare le tragiche esperienze del recente passato, dove il più potente esercito del mondo e i suoi alleati, dotati del totale monopolio sul meglio delle tecnologie belliche più avanzate, si sono ritrovati in gravi difficoltà a fronte della guerriglia con le infradito, armata di Kalashnikov, Rpg e poco altro. Senza neppure tornare alla sconfitta del Vietnam, gli scenari africani, libanese, afghano, iracheno, libico, raccontano di autobombe, terrificanti attentati kamikaze, mine improvvisate, imboscate urbane e tra le montagne, cecchini nascosti e ondate di volontari desiderosi di farsi «martiri» pur di uccidere il maggior numero possibile di «invasori infedeli». Tra le minacce più nuove e infide ci sono i droni: non parliamo di armi sofisticate, ma di semplici modelli commerciali che costano meno di 5.000 dollari l’uno, vengono adattati facilmente a trasportare piccole cariche esplosive in grado di danneggiare un mezzo corazzato, affondare un gommone, incendiare un deposito e uccidere i fanti colti all’aperto. Le battaglie della sfida russo-ucraina sono plasmate dai duelli tra droni.
Tra i rischi possibili ci sono quelli delle truppe americane concentrate su Kharg e prese di mira dai droni iraniani teleguidati da singoli soldati nascosti in minuscole «tane» lungo la costa. Ne sanno qualche cosa gli israeliani, che nella guerra in Libano dell’estate del 2006 scoprirono che gli Hezbollah erano stati addestrati dai pasdaran iraniani a scavare le postazioni a pochi metri dalle loro altane irte di sensori e telecamere in Alta Galilea: attendevano pazienti il momento opportuno, sparavano e tornavano sottoterra. Le stesse tattiche che usa adesso Hamas a Gaza e Israele non è ancora riuscito a batterla.

30 marzo 2026 ( modifica il 30 marzo 2026 | 13:08)