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Redazione Bergamo
Chiara Mocchi racconta gli istanti dell’aggressione e dei soccorsi, e di quando dall’elicottero vedeva gli studenti che la salutavano. L’appello alla donazione di sangue
Una nuova lettera è stata diffusa oggi «dettata con voce flebile», da Chiara Mocchi, la professoressa di Terzo San Fermo accoltellata la settimana scorsa nella sua scuola di Trescore. Una lettera con la quale vuole «dire grazie, un grazie che sale dal cuore e attraversa ogni battito che ancora oggi posso sentire. Un grazie rivolto a quei donatori Avis che, senza sapere chi io fossi, mi hanno ridato la vita».
I momenti dell’aggressione e il salvataggio
Mocchi (che ieri ha ricevuto la visita del ministro Valditara) ricorda che «un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale. Solo il coraggio immenso di un altro mio alunno: “E.”, anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio». Le sue urla dopo la prima coltellata, hanno richiamato un altro studente che, mentre lei tentava di difendersi e cadeva a terra
ferita, ha affrontato il compagno armato prendendolo a calci e
facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe – ha detto all’Ansa il legale della docente Angelo Lino Murtas -. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita».
Dopo le coltellate la docente ha avuto, racconta, «una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio».
Il soccorso in elicottero
Poi, dal cielo, è arrivata l’eliambulanza del servizio “Blood on Board”. Mi hanno caricata in un istante. Nel momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».
La paura di morire
Mocchi continua il suo racconto: «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più.” Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo. Devo la vita a molte persone: a Francesco Daminelli, responsabile del servizio “Blood on Board”, e a un equipaggio straordinario: Giuseppe Calvo, Valentina Cortinovis, Enrico Lazzarini, Simone Costa e Luca Stefani. Professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai».
I donatori di sangue
Mocchi conclude parlando di «un pensiero che mi commuove. Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita.
È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’AVIS–AIDO della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita.” Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia. Oggi la mia gratitudine va al mio alunno “E.”, ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che Amo e che non voglio lasciare. Ma soprattutto va a chi sta leggendo queste righe. Perché spero che, dopo averle lette, trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi – come me – senza quelle gocce non ci sarebbe più. Con profonda, immensa riconoscenza».
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Il ritorno a scuola
««Da ciò che è accaduto – ha scritto la docente in un’altra lettera a Storie Italiane su Rai 1 con Eleonora Daniele, Chiara Mocchi – ho imparato che
dobbiamo far capire ancora di più ai ragazzi la centralità dei valori e
rispetto di quei principi religiosi là dove prevedono il rispetto delle regole, del prossimo e della vita propria e altrui. Dentro la scuola e a livello istituzionale ci dovrebbero essere meno bla-bla con la possibilità di comprendere, in questa fase, che sfruttare la tecnologia digitale non vuol dire abbandonare bambini e adolescenti con uno smartphone in mano senza controllo alcuno, dato che possono trovare le insidie più impensabili senza nessuna protezione per sé e per gli altri». Alla domanda su cosa direbbe oggi al ragazzo, risponde con fermezza: «Gli direi: fai un esame
di coscienza, capisci questi tuoi errori e prendi i binari giusti seguendo lo studio scolastico per affrontare correttamente la lunga vita che ti sta aspettando». E infine la speranza sul futuro: «Voglio tornare a insegnare in quella scuola, in quell’aula dei miei studenti. Non ho paura, certamente avrò più determinazione ma devo guarire da queste ferite nel corpo e anche da quelle nell’anima. Sono sicura che ci riuscirò».
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30 marzo 2026 ( modifica il 30 marzo 2026 | 15:47)
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