di
Giulia Taviani

La prima vittima fu una bimba di sei anni, che si sparse sul corpo alcuni granelli di cesio-137: in pochi attimi fu investita da una quantità di radiazioni pari a quella che avrebbe ricevuto stando accanto al reattore 4 di Chernobyl per un minuto. La serie tv Emergenza radioattiva, su Netflix, ricostruisce il più grande incidente radioattivo della storia al di fuori di un impianto nucleare

È settembre del 1987, è passato poco più di un anno dal disastro di Chernobyl, quando nella cittadina di Goiânia, in Brasile, qualcuno ruba – da una clinica abbandonata – un vecchio apparecchio usato in radioterapia. Quello che i ladri non sanno è che quell’attrezzo contiene 19 grammi di cesio-137, uno degli isotopi radioattivi più noti. Nel trasportarlo da una parte all’altra della città contaminano 249 persone e ne uccidono quattro.

L’evento è stato classificato con il livello 5 su 7 della scala Ines dell’Iaea (incidente con possibili conseguenze all’esterno dell’impianto), dove per livello 7 si intende l’episodio catastrofico di Chernobyl. Si è trattato del più grande incidente radioattivo al di fuori di un impianto nucleare della storia. La nuova serie Emergenza radioattiva (Netflix) ha ricostruito quei giorni.



















































Il caso dell’istituto abbandonato

È il 1985 quando i proprietari della clinica privata Istituto Goiano de Radioterapia della città di Goiânia decidono di chiudere la struttura per trasferirla altrove. Nel farlo però, dimenticano di rimuovere anche l’unità di radioterapia che era stata acquistata nel 1977. 

Nel 1986 la corte di giustizia brasiliana dichiara di essere a conoscenza del materiale radiologico abbandonato là dentro ma, per via di alcune diatribe legali tra i proprietari della clinica, l’oggetto non viene rimosso. In compenso, viene mandata una guardia di sicurezza per proteggere il sito e assicurarsi che nessuno entri.

L’unità in questione era stata progettata da una ditta milanese e prodotta da un’azienda di Monza. Usava il cesio-137 sotto forma di cloruro di cesio che rilasciava particelle beta e raggi gamma. Più precisamente 19 grammi.

Per capire la gravità della situazione: se tenessimo in mano quei 19 grammi, in pochi minuti avremmo ustioni da radiazione, nausea, vomito, distruzione del midollo osseo e caduta dei capelli. Infine, senza un intervento medico immediato, l’isolamento e il trapianto di midollo, in pochi giorni si arriverebbe alla morte.

Il furto e il trasporto in giro per la città

Il 13 settembre 1987 la guardia responsabile della sicurezza si mette in malattia (in seguito si scoprirà che era andato al cinema per guardare il film Herbie sbarca in Messico con la famiglia). Vedendo il sito incustodito due uomini, i due netturbini Roberto Alves dos Santos e Wagner Mota Pereira, entrano nell’impianto per rubare l’unità di radioterapia e rivenderla come un rottame, ignari di ciò che conteneva. 

La caricano su una carriola e la portano a casa (a mezzo chilometro di distanza dalla clinica) per smontarla e rivenderla. Non interrompono il lavoro nonostante i primi sintomi di nausea apparsi la sera stessa.

Il giorno dopo, il 14 settembre, Pereira avverte vertigini e diarrea e una delle sue mani inizia a gonfiarsi. Nel giro di poco si sviluppa un’ustione, che dopo un mese porterà all’amputazione dell’intero braccio. Il 15 settembre si fa visitare, gli diagnosticano un’intossicazione alimentare e torna a casa.

Il 16 settembre Roberto Alves riesce ad aprire la capsula. Dal foro creato esce una luce blu (causata dall’interazione tra le particelle beta emesse dal cesio e l’umidità dell’aria) e della sostanza iridescente. Due giorni dopo gli oggetti vengono venduti a un cantiere di demolizione nelle vicinanze. Quando il proprietario, Devair Alves Ferreira, nota la luce blu, crede si tratti di qualcosa di valore e decide di portare la capsula a casa per mostrarla ad amici e parenti.

Il 21 settembre, un amico di Ferreira riesce a liberare con il cacciavite diversi granelli di cesio-137. Raccolti i granelli, dalla grandezza di chicchi di riso, li regala ad amici e familiari. Quello stesso giorno, la moglie di Ferreria, la 37enne Gabriela Maria, inizia ad ammalarsi. Intanto, il fratello porta a casa un po’ di polvere che la figlia di sei anni si sparge sul corpo. Pare che in quel momento la bimba sia stata bombardata da una quantità di radiazioni pari a quella che avrebbe ricevuto stando accanto al reattore 4 di Chernobyl per circa un minuto. Sarà la prima vittima.

Il 25 settembre il rottame viene nuovamente venduto a un altro sfasciacarrozze.

L’allarme della moglie di Ferreira

La prima a notare che qualcosa non va è la moglie di Ferreira, Gabriela Maria. Le persone intorno a lei iniziano ad ammalarsi in maniera grave, e in contemporanea. Così il 28 settembre, quindici giorni dopo il furto, recupera i pezzi venduti, li chiude in un sacchetto di plastica e li porta in autobus fino all’ospedale. Dato però che l’oggetto è stato insacchettato e lasciato in cortile, il livello di contaminazione nell’ospedale rimane basso.

La mattina dopo, quella del 29 settembre, viene convocato in ospedale un fisico, che con l’aiuto di un contatore a scintillazione Nuclebras conferma la presenza di radioattività. «A circa 80 metri dall’ufficio, il rilevatore ha iniziato a comportarsi in modo strano e ho pensato che avesse un guasto» spiega alla Bbc. In realtà indicava solo che la zona era molto contaminata.

Le autorità cittadine e nazionali vengono a conoscenza della vicenda quella sera stessa. In seguito allestiscono nello Stadio Olimpico un centro di triage a cielo aperto. I pazienti vengono trasportati usando autobus della polizia con l’interno coperto di fogli di plastica.

Decine di case demolite e tonnellate di oggetti distrutti

Sulla pelle di circa 250 persone vengono trovati residui radioattivi, mentre oltre 130 mila cittadini sono accorsi al campo imbastito dentro allo stadio. Fortunatamente però, solo in 20 mostrano segni di sindrome acuta di avvelenamento da radiazioni.

I morti alla fine sono quattro. Due ragazzi che hanno aiutato Ferreira ad aprire la capsula e poi la moglie e la nipote dell’uomo, morte il 23 ottobre. Entrambe hanno sviluppato setticemia e infezione generalizzata dovuta alla grave contaminazione.

Decine di case sono state demolite e centinaia di oggetti – circa 6.000 tonnellate di rifiuti – sono stati gettati. Incredibilmente sono sopravvissuti sia i due netturbini che hanno preso il contenitore sia il proprietario della discarica Devair Ferreira. 

Ancora oggi a Goiânia la mortalità per cancro pancreatico è più alta che in altre zone del Brasile. 

Accuse e condanne

I tre medici proprietari dell’Instituto da cui la capsula è stata rubata sono stati accusati di delitto colposo. Dato però che la sostanza era di proprietà della clinica e non di un privato cittadino, la corte non potè perseguire i proprietari. Diversa è la responsabilità civile: uno dei medici proprietari e un fisico dipendente della clinica sono stati condannati a pagare 100 mila reais (16.380 euro) per la condizione di fatiscenza in cui versava l’edificio. I due sfasciacarrozze non furono inclusi tra gli imputati nella causa civile.

Nel 1996, cinque persone collegate alla clinica dove era stata abbandonata la macchina per radioterapia furono condannate a tre anni e due mesi di carcere per omicidio. La punizione è stata in seguito ridotta al servizio di comunità.

Nel 2000 la commissione nazionale per l’energia nucleare fu obbligata a pagare un indennizzo di 1,3 milioni di reais (212.940 euro) e a garantire alle vittime, dirette (circa mille persone) e indirette (circa 1600), assistenza medica e psicologica a loro e ai loro discendenti fino alla terza generazione. 

30 marzo 2026 ( modifica il 30 marzo 2026 | 15:14)