La geografia, si dice spesso, è destino. Ma a volte il mercato sembra smentirla, almeno in apparenza.
«Negli anni ’70 – mi scrive l’esperto di energia Chicco Testa – il prezzo del barile di petrolio subì un aumento vertiginoso, passando da circa 3 dollari all’inizio del decennio a quasi 40 dollari alla sua conclusione. Si trattò di un incremento del 1.300%, che cambiò per sempre l’economia globale».
Oggi siamo nel pieno di una nuova crisi mediorientale, con lo Stretto di Hormuz minacciato, eppure non vediamo nulla di simile all’effetto economico dei due shock del 1973 (guerra dello Yom Kippur fra arabi e Israele) e del 1979 (cacciata dello Scià di Persia e rivoluzione khomeinista). I prezzi oscillano, ma non esplodono. I mercati sono nervosi, ma non in preda al panico.
Proviamo a immaginare, come suggerisce Testa, un aumento di 13 volte nel prezzo del petrolio… Accolgo il suo saggio invito a tenere i piedi sulla terraferma, il sangue freddo e lo sguardo lucido. I toni apocalittici che dominano oggi ci fanno perdere di vista il contesto storico.
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No, questa non è la peggiore crisi energetica di sempre.
No, accadde di molto peggio negli anni Settanta.
Inoltre, le crisi non sono mai «inutili». Gli attori in gioco imparano qualcosa. Reagiscono. Prendono contromisure. L’economia di mercato ha una comprovata attitudine a superare gli shock adattandosi.
Nel Golfo Persico la geografia resta la stessa di sempre: uno stretto di poche decine di chilometri attraverso cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale. Per decenni l’Iran ha coltivato questa leva come un’arma strategica: non posso vincere una guerra convenzionale, ma posso infliggere al mondo un danno intollerabile. Oggi quella minaccia torna attuale. Ma non è assoluta.
L’Arabia Saudita ha dimostrato di possedere un piano B. Non risolutivo, ma credibile. Il suo oleodotto East-West, che attraversa la penisola e collega i giacimenti del Golfo al porto di Yanbu sul Mar Rosso, è arrivato alla piena capacità: sette milioni di barili al giorno. Una parte consistente del petrolio saudita può dunque uscire senza passare da Hormuz. Non è un dettaglio tecnico. È una notizia geopolitica. È anche una delle ragioni per cui non siamo di fronte a uno shock petrolifero «anni Settanta».
Eppure sarebbe un errore fermarsi a questa constatazione. Perché la realtà è più sfumata.
Primo: i numeri. Anche sfruttandolo al massimo, l’oleodotto saudita non sostituisce Hormuz. Prima della crisi, da quello stretto transitavano volumi ben superiori ai sette milioni di barili che oggi Riyadh riesce a deviare verso il Mar Rosso. Il sistema regge, ma sotto pressione. È una diga che contiene l’onda, non la elimina.
Secondo: la resilienza logistica non equivale a continuità economica. Le esportazioni saudite mostrano già segni di contrazione, alcuni clienti ricevono meno petrolio, i costi aumentano. Il mondo continua a funzionare, ma a un prezzo più alto, e con margini più stretti.
Terzo: il bypass sposta il rischio. Se il petrolio evita Hormuz, si riversa nel Mar Rosso. E lì il nuovo punto critico si chiama Bab el-Mandeb. Gli Houthi hanno già dimostrato di poter minacciare la navigazione. Se quel fronte si intensifica, la via alternativa saudita diventa a sua volta vulnerabile. La geografia non scompare: si sposta.
C’è poi un quarto elemento, spesso sottovalutato: le infrastrutture terrestri. Oleodotti, terminali, impianti sono bersagli. L’Arabia Saudita ha costruito un sistema sofisticato, ma nessun sistema è immune in una guerra regionale allargata.
Allora qual è il vero significato di ciò che sta accadendo? Non è la fine del potere di Hormuz. È l’inizio della sua relativizzazione o ridimensionamento. Per decenni il mondo ha accettato una concentrazione estrema del rischio: una quota enorme dell’energia globale dipendeva da pochi passaggi obbligati. Oggi emergono alternative, frutto di investimenti lunghi e costosi. L’Arabia Saudita ha imparato la lezione già negli anni Ottanta, durante la guerra Iran-Iraq. Oggi ne raccoglie i frutti.
Attenzione a non trarre conclusioni sbagliate, soprattutto sul piano della transizione energetica. C’è una narrazione diffusa secondo cui basterebbe accelerare l’uscita dal petrolio per liberarci da queste vulnerabilità. È una visione in parte ideologica, spesso irrealistica. Le energie fossili non sono solo carburanti per auto o centrali elettriche. Sono la base di intere filiere industriali: fertilizzanti senza i quali l’agricoltura moderna collasserebbe, plastiche che entrano in ogni oggetto della nostra vita quotidiana, dalla medicina all’elettronica.
E anche le rinnovabili, pur indispensabili, non sono esenti da problemi: dipendono da materiali critici, hanno costi ambientali non trascurabili, pongono sfide di stoccaggio e continuità. Alcuni paesi rinunciando al nucleare hanno dimostrato i danni dell’ideologia, o delle paure irrazionali.
Il ritorno in forze del nucleare, in particolare sotto forma di mini-reattori modulari, è una delle risposte adattive con cui i governi pragmatici preparano un futuro meno vulenrabile. La transizione sarà lunga, complessa, e inevitabilmente imperfetta. Più che una sostituzione rapida, sarà una convivenza prolungata.
30 marzo 2026, 13:13 – modifica il 30 marzo 2026 | 16:04
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