di
Rinaldo Frignani
«È fortificata e nonostante la tecnologia americana Washington manderebbe pochi soldati, non sufficienti per assicurare la supremazia territoriale», spiega l’esperto già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica
«Il costo in termini di perdite sarebbe troppo elevato». Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, esperto di geopolitica e strategia militare, è scettico su un’eventuale operazione terrestre delle truppe Usa in Iran. Anche solo sull’isola-chiave di Kharg.
Generale, perché ritiene che sarebbe un’impresa pericolosa?
«Prima di tutto sono convinto, e spero di non essere smentito, che gli americani non si muoveranno in quel senso se non altro perché i rischi sono così elevati che Trump non se li potrebbe permettere con l’elettorato repubblicano, visto che fra poco sarà chiamato alle urne».
E poi?
«E poi perché, se parliamo solo di Kharg, un eventuale sbarco su un’isola fortemente rinforzata, con sistemi di difesa che rappresentano anche un ostacolo fisico, potrebbe comportare perdite molto alte per gli americani. Sicuramente le capacità tecnologie Usa per appoggiare una missione del genere sono notevoli, ma bisogna anche tener presente che un’operazione terrestre vedrebbe coinvolti nuclei ridotti di soldati, si parla da 3mila a 5mila uomini: non ci sarebbe la superiorità tecnica e di fuoco che consentirebbe di confidare in un successo».
Pensa che alla fine Trump rinuncerà?
«Non lo so. Nulla può impedirglielo, ci sono state cose sconsigliabili che alla fine ha fatto lo stesso. Quindi non ci metterei la mano sul fuoco. Però bisogna tener presente che in questo caso gli americani non si troverebbero di fronte un insieme di guerriglieri, come è successo ad esempio con l’Afghanistan, ma forze armate regolari che sono state rinforzate da tempo e collaudate in combattimento nel corso degli anni, con esperienze dirette di guerre. Una su tutte, quella del 1980 contro l’Iraq che doveva essere una sorta di blitzkrieg (guerra lampo, ndr) e invece è durata otto anni, con perdite elevatissime da entrambe le parti. Insomma, l’Iran è un avversario estremamente pericoloso e molto determinato. Uno scenario completamente differente rispetto a quelli in cui negli ultimi anni abbiamo visto impegnati i soldati americani in un contesto terrestre».
Nei giorni scorsi abbiamo visto che gli Usa hanno spostato in zona anche l’82ª Divisione aerotrasportata. Invece di uno sbarco, è plausibile un lancio di paracadutisti su Kharg?
«Tutto è possibile, possono anche non essere necessariamente lanciati ma utilizzati via mare. Tanto più che un impiego esclusivo di parà dal cielo presuppone l’utilizzo di aeroplani per il trasporto truppe che non hanno certo tecnologia stealth, quindi non sono invisibili, e nemmeno veloci. Per questo hanno grandi vulnerabilità anche contro difese aeree modeste. Credo perciò che, come detto, ci sarebbero dei rischi notevoli anche in questo caso».
Che potrebbero aumentare ulteriormente anche in caso di missione in territorio iraniano, ad esempio, per impadronirsi dell’uranio arricchito da Teheran?
«Questa è un’altra questione piuttosto delicata. Trump potrebbe anche inviare i Navy Seal o le truppe speciali, o ancora i commando. Sarebbe un’operazione sicuramente fattibile, ma il problema vero è l’esfiltrazione delle squadre dal territorio iraniano. Poi come si recuperano così tanti uomini in sicurezza? Perché stiamo parlando di unità con numeri elevati, non certo di una squadra di dieci commando da portare via con un elicottero».
Il ricordo vola alla tragica conclusione della missione del 1980 per liberare i diplomatici Usa in ostaggio di Teheran.
«Ecco, appunto. Il fatto è che c’è anche un problema culturale perché non mi sembra che gli americani abbiano capito contro chi stanno combattendo. Gli iraniani discendono da Ciro Il Grande, hanno un orgoglio nazionale che fa paura, che gli fa superare qualsiasi cosa. Anche se odiano il regime. Quindi è difficile che un’eventuale azione militare Usa possa contare su appoggi incondizionati sul territorio».
Ma in questa fase l’Iran può contare su aiuti esterni che possono averne anche migliorato le performance sul campo?
«Non credo, perché a questo punto un fatto del genere non sarebbe potuto passare più sotto silenzio. Oggi hanno più successo con i missili rispetto al passato perché anche se una difesa aerea ne intercetta il 90%, c’è sempre la restante percentuale che arriva a bersaglio».
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30 marzo 2026 ( modifica il 30 marzo 2026 | 23:34)
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