«Questo è per tutti voi» è il titolo del suo ultimo libro: una ricostruzione puntuale della nascita del web. «Doveva essere uno spazio aperto alla creatività. Non siamo in prigione, ma non siamo nemmeno liberi come avremmo dovuto essere

Nessuno può dire se davvero Internet sia stato «un dono di Dio», come autorevolmente suggerì papa Bergoglio nel gennaio 2014; ma sicuramente il web, il World Wide Web, è stato un dono di Tim Berners-Lee all’umanità. Erano i primi anni Novanta e lui era un giovane informatico britannico di stanza al Cern di Ginevra quando, mentre cercava un modo migliore per far comunicare fra loro gli scienziati e mettere in relazione le rispettive ricerche, immaginò di «abitare Internet» con degli oggetti nuovi (poi: i siti web); scrisse i protocolli Http, Url e Html per realizzare il tutto e quando vide che la cosa funzionava, invece di brevettarla e fare una startup, decise di metterla a disposizione di tutti gratuitamente. Questo è per tutti voi è il titolo del suo ultimo libro che esce in Italia il 31 marzo per Mondadori, un testo che è molto più di un memoriale, ovvero una ricostruzione puntuale della nascita del web; la parte più interessante forse è il suo sguardo sul futuro, il racconto appassionato di quello che sta facendo adesso che ha 70 anni, per far sì che l’umanità possa riprendersi la rete e vivere felice nell’era dell’intelligenza artificiale. Si collega con il Corriere della Sera dagli Stati Uniti dove è tornato dopo un tour che lo ha portato nel Regno Unito, in India e in Australia. Dell’Italia, mi dice, ha moltissimi ricordi importanti: «Difficile scegliere il più bello, forse un lungo pranzo vicino a Villa Varigotti con il mio padrino. Era britannico, aveva lavorato in Canada a lungo, e poi si era ritirato in Liguria — in un piccolo villaggio dove gli ulivi argentati scendono a onde dal terrazzo verso il Mediterraneo…». 

Guardando indietro ai suoi anni professionali, qual è il sentimento più forte? «Missione compiuta»? Orgoglio? Rimpianti? Oppure «sono ancora a metà strada»?
«Direi a metà — metà compiuta. In un certo senso, il web avrebbe dovuto essere un luogo creativo, collaborativo, compassionevole. Guardando al web di oggi, c’è ancora creatività, ma le persone vengono anche sfruttate dalle grandi aziende. Quindi non siamo in prigione, ma non siamo nemmeno liberi come avremmo dovuto essere».



















































Ha deciso di mettere il web nelle mani degli individui piuttosto che delle corporation. Guardando indietro, quanto quella singola scelta ha plasmato tutto ciò che è venuto dopo — nel bene e nel male?
«L’idea era proprio quella espressa nel titolo del libro: This is for Everyone, non per le corporation. Il web fin qui è stato gestito dal W3C, un consorzio di individui, aziende e governi. È stata la scelta più importante — senza di esso non avremmo avuto un web unico, perché tutti avrebbero dovuto concordare sugli standard da utilizzare. Ha svolto un lavoro cruciale per riunire aziende che erano — e sono ancora — ferocemente competitive. Il W3C continua a lavorare sugli standard web ed è stato una parte davvero essenziale di tutto questo».

l web ha superato la sua immaginazione, o era quello che si aspettava?
«È andato ben oltre la mia immaginazione — proprio come tutto ciò che le persone hanno fatto con Internet è andato oltre l’immaginazione di Vint Cerf (nota: l’autore, con Bob Kahn, del protocollo fondamentale della rete, l’IP). Quando si costruisce una piattaforma lo si fa per permettere agli altri di essere creativi. Le persone in questi anni hanno pensato a cose che io non avrei mai potuto immaginare. Se il web avesse prodotto solo le cose che io potevo immaginare allora, sarebbe fallito».

Eppure qualcosa è andato storto. Perchè? Era inevitabile che ci fossero piattaforme ottimizzate per renderci dipendenti da contenuti che amplificano rabbia e disinformazione? O c’è stato un momento in cui avremmo potuto prendere una strada diversa? 
«Parliamo chiaramente dei social media. Esistono social media abbastanza innocui e social media che causano seri problemi di salute mentale. Quando si progetta una piattaforma social, si ha una serie di scelte da fare. Io usavo Instagram quando era un buon modo per seguire amici e familiari. Ora il mio profilo è travolto da un flusso di ogni tipo di contenuto — così ho smesso di usarlo, perché lo hanno cambiato deliberatamente per renderlo più coinvolgente, per creare più dipendenza. Confrontatelo con Pinterest, per esempio che è divertente, ma non crea dipendenza. È una decisione degli ingegneri, delle persone che gestiscono la piattaforma: renderci dipendenti dalla piattaforma; oppure no».

Possiamo ancora chiamarli «social media» o sono diventati «entertainment media» o «engagement media»? Sono ancora social in modo genuino?
«Dipende. Alcune persone li usano davvero per seguire amici e familiari, o per gestire un progetto — come accade su Pinterest, dove puoi raccogliere materiali. Sono tutti molto diversi tra loro: non si possono mettere tutti nello stesso calderone».

L’Australia ha votato una legge per vietare i social media agli under 16. Spagna, UK e Francia stanno considerando misure simili, e lo stesso potrebbe accadere in Italia. Qual è la sua opinione sull’età giusta per i social media?
«È una domanda molto importante che tutti i genitori si stanno ponendo. Credo che in pratica sia una questione culturale, e ogni comunità dovrà decidere per sé. Qual è l’età giusta per guidare un’auto? Per bere alcol? Sono risposte molto diverse da paese a paese. Con i social media, ogni paese deve prendere la propria decisione su quale età sia appropriata.».

E lei con i suoi figli, quale decisione ha preso?
«Loro sono cresciuti prima che i social media fossero quello che sono oggi. In generale, come genitori cercavamo di essere presenti quando usavano Internet, e ci assicuravamo che non rivelassero mai la propria identità. Uno dei miei aveva un’identità fittizia — era entrato in un gruppo politico con un personaggio completamente inventato, facendo attenzione a non rivelare mai chi fosse davvero. Ma va detto che le cose erano diverse allora rispetto a oggi».

Veniamo al futuro. Nel libro descrive il suo incontro con ChatGpt come uno choc paragonabile a quello che ebbe quando scoprì il sistema di crittografia Rsa o l’algoritmo PageRank alla base di Google. Epperò dice di trovarsi d’accordo con due pionieri dell’intelligenza artificiale, Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio, nel ritenere che le sole norme non basteranno per allineare l’intelligenza artificiale e impedire che ci danneggi. Cos’altro serve?
«Una possibilità è riunire i migliori ricercatori di tutte le organizzazioni. Il Cern venne creato dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando ci si interrogava su come sfruttare l’energia nucleare in modo sicuro: si radunarono tutti i fisici e gli ingegneri in un’organizzazione ratificata da un trattato fra i paesi europei — e poi altri paesi. Era un luogo dove si poteva sviluppare una tecnologia potente, ma sotto la supervisione della comunità scientifica. Sviluppare un’intelligenza artificiale molto potente richiede lo stesso tipo di struttura vincolante, per fare in modo che non “prenda il sopravvento”».

Lei propone una sorta di Cern per l’AI. C’è una proposta analoga in Europa, sostenuta anche dal Nobel Giorgio Parisi. Ma l’Europa può ancora giocare un ruolo nel futuro tecnologico o il ritardo accumulato fin qui è incolmabile?
«Sì, se l’Europa prende l’iniziativa e fa squadra, può farcela. I buoni ingegneri sono mobili — sono felici di spostarsi da un paese all’altro. Se sentissero che la ricerca sull’intelligenza artificiale qui è importante, si potrebbe mettere insieme un gruppo eccellente in Europa. Non è troppo tardi».

Secondo lei Il rischio maggiore di uno sviluppo incontrollato è l’estinzione umana, come temono i più catastrofisti, o la disoccupazione di massa, come dice fra gli altri il co-fondatore di Anthropic Dario Amodei?
«Entrambi, in realtà. Nel breve termine dobbiamo preoccuparci per il lavoro, ma credo che ce la caveremo: le persone sono molto adattabili. Ci saranno lavori che l’intelligenza artificiale sostituirà, ma ci sono anche lavori che non potrà fare — e le persone si orienteranno verso quelli»

I grandi progressi dell’intelligenza artificiale sono stati possibili grazie all’apertura dei dati del web che sono stati utilizzati per l’addestramento degli algoritmi. Lei recentemente ha lanciato Solid, un nuovo protocollo per dare agli individui il controllo dei propri dati; e per realizzare questa trasformazione ha persino fondato una startup, Inrupt. Si tratta di una idea fondamentale e allora perché è così difficile convincere il mondo a cambiare prospettiva?
«Era difficile anche con il web. Prima di un cambiamento di paradigma, le persone non hanno ancora le parole per immaginarlo. Con il web, era davvero difficile per la gente visualizzarlo — all’inizio ha preso piede tra un piccolo numero di persone che “l’avevano capito”. Solid sta decollando tra un piccolo numero di persone che lo capiscono, in modo simile».

A che punto siete arrivati con Solid?
«Quello su cui stiamo lavorando adesso in Inrupt si chiama Charlie. Usiamo Solid come base per un’intelligenza artificiale che lavora per ogni utente. Abbiamo dimostrato in laboratorio che se una persona mette tutti i suoi dati — finanziari, medici, progetti e messaggi — nel proprio data pod (una sorta di portafoglio digitale) e ci fai girare sopra un large language model con accesso a quei dati, allora quell’intelligenza artificiale diventa molto, molto più efficace, per esempio rispetto a Claude. Nella nostra visione un utente può scegliere quale large language model usare, e può scegliere se dargli accesso a tutti i tuoi dati personali sapendo che sono al sicuro e non saranno condivisi con nessuno e utilizzati per altro. E chi lo ha ha un agente di intelligenza artificiale che prende decisioni molto migliori. Quindi adesso stiamo concentrandoci sullo sviluppo di Charlie, dobbiamo portarlo fuori dal laboratorio: è l’»aspetto più entusiasmante di quello che sta succedendo

Cosa può fare l’Italia per sostenere il suo progetto?
«Può aiutare a diffondere Solid sul territorio in tanti modi. E può parlare di Charlie per assicurarsi che un giorno gli italiani abbiano un’intelligenza artificiale che lavora per ciascuno di essi, non per Amazon, non per Apple, non per Siri. Un’intelligenza che lavora per ogni persona proprio come fa un medico personale».

A proposito di Apple: nel libro c’è il rimpianto per non aver mai potuto incontrare Steve Jobs, anche se vi siete sfiorati. E se i protocoli del web sono stati scritti su un NeXT, il computer che Jobs realizzò quando fu estromesso dalla Apple.
«Ci siamo sempre mancati. Mi dispiace ancora. Un giorno ci siamo sfiorati: se avesse avuto il tempo di vedere la mia demo del web, penso che sarebbe rimasto colpito. NeXT avrebbe potuto usare l’ipertesto e il web come killer app — e il computer NeXT avrebbe potuto imporsi invece di Apple. Oggi magari useremmo tutti un NeXT. E in fondo, l’iPhone è basato sul sistema operativo NeXT, quindi in un certo senso è già così».

Nel libro scrive che possiamo ancora aggiustare Internet e riprenderci il web prima che sia troppo tardi. Quanto tempo abbiamo e cosa deve succedere per prima?
«Dobbiamo ridare alle persone il controllo dei propri dati e per farlo è necessario creare un movimento su scala mondiale. E poi, solo a quel punto, dobbiamo dare a ogni persona un’intelligenza artificiale che lavori per ogni singolo utente».

Ha dedicato il libro a Rosemary, sua moglie, e ai suoi cinque figli. Cosa crede di aver insegnato loro? E come vorrebbe essere ricordato?
«Non è tanto quello che ho insegnato loro, quanto quello che ho imparato da loro, da Rosemary enormemente, e dai figli. Forse ho imparato la perseveranza. Come vorrei essere ricordato? Come qualcuno che ha avuto una buona idea che ha funzionato, due volte».

Stiamo vivendo tempi difficili: crede davvero che il mondo sia un posto meraviglioso, nonostante tutto?
«Lo è. Nascono bambini ogni minuto. Sono nuove persone che arrivano al mondo con mente fresca e spirito fresco, pronti a renderlo migliore».

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31 marzo 2026 ( modifica il 31 marzo 2026 | 05:24)