di
Francesco Mariucci

Lo psichiatra interviene sul caso della scuola media di Trescore: «La prof accoltellata dovrebbe essere premiata da Mattarella, ha fatto bene Valditara ad andarla a trovare in ospedale. Quel ragazzo è il prodotto finale di un sistema cieco»

Quando si tocca il tema della violenza a scuola e dell’educazione giovanile la voce di Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è sempre tra le più attese e ascoltate. Il caso scatenante dal quale far partire il ragionamento è ovviamente l’accoltellamento della professoressa Chiara Mocchi, aggredita da uno studente di 13 anni in una scuola media nel bergamasco. A colpire Crepet in questa situazione è anche la risposta che è arrivata dalla docente: «Questa ferita sia un ponte, non un muro» ha scritto la donna dal suo letto d’ospedale. Nelle ultime ore Mocchi ha ricevuto anche la visita del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.

Professor Crepet, che idea si è fatto di questa vicenda?
«Intanto, credo che il ministro abbia fatto una cosa molto giusta andando in ospedale ad assicurarsi sulle condizioni di una sua dipendente e dando anche un segnale. Detto questo, continuo a pensare che ci vorrebbe una bella onorificenza da parte del Presidente della Repubblica. Sarebbe un bel modo per dare una nuova visione dell’importanza della scuola».



















































Dunque, secondo lei la soluzione non va trovata nella stretta sul coltelli.
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Siamo seri. Ci sono tante cose da osservare in giro: penso all’esempio straordinario della Norvegia (il divieto di smartphone e smartwatch a scuola ndr), questa è la via. Cominciamo dai bambini, dandogli libri illustrati da leggere. Non ha senso agire all’ultimo secondo per prevenire i reati se non si fa nulla prima. Come dicono quelli che vanno a pesca, bisogna pasturare, agire dalle basi».

Da qui la sua battaglia per abbassare la maggiore età a sedici anni?
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Non possiamo pretendere che i giovani abbiano la capacità di elaborare il loro futuro se non gli diamo responsabilità. Sergio Marchionne diceva che un Paese dove ci sono solo diritti e nessun dovere è un Paese morto, e io condivido in pieno. Parliamo del diritto di voto: è stato già fatto per le primarie del Pd, quando furono ammessi a votare i sedicenni. In quel caso faceva comodo a qualcuno? E allora mi chiedo: oggi chi ha paura dei giovani? Probabilmente gli adulti, che non sanno rispondere alle loro domande. Gli apparati politici siano pronti ad accogliere le loro istanze. Non è un caso che nessun politico abbia commentato la sentenza del New Mexico contro Meta. Qui si mette la testa sotto la sabbia».

E secondo lei questa sentenza può essere una svolta?
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È una grande occasione per affrontare il tema. Ma se si toglie una cosa, in questo caso l’uso dei social, bisogna metterne un’altra. Innanzitutto bisogna intervenire nella scuola, valorizzando la professione degli insegnanti e garantendo l’autonomia scolastica. E poi c’è quello che io chiamo “un vuoto artistico” da riempire. I giovani oggi non hanno creatività. Una soluzione ce l’avrei: via i social per i tredicenni e facciamo convenzioni con artisti. Un mimo, un illustratore, una ballerina, un musicista: vengano a scuola ad aprire il cervello di chi guarda e ascolta. O ancora: prevediamo un’ora a settimana nella scuole medie in cui si parta dalla dama e si arrivi agli scacchi. Sarebbe un ottimo modo per aprire le teste e liberare il pensiero. La nostra atrofia di adulti è ridicola e dannosa: oggi narrare e ascoltare è un gesto rivoluzionario».

Quindi, anche il gesto di Trescore nasce da una mancanza di ascolto secondo lei.
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C’è un rapporto diretto tra la mancanza di ascolto e la coltellata: quel gesto è pura frustrazione. Basta leggere quello che ha scritto quel ragazzo, roba molto forte. Ma lui è solo un prodotto finale: come si fa a non capire che questa è l’elegia del non vedere nulla? Eppure lo abbiamo già conosciuto in altre epoche, non è una novità. L’elemento nuovo è la presenza del cellulare, e allora mi chiedo come mai non si possa aprire un ragionamento su uno strumento che in certe situazioni diventa estremamente pericoloso. Lasciamo ai nostri figli la possibilità di crescere con i loro tempi e i loro errori. E invece gli adulti oggi stanno “truccando” i bambini col rischio di mandarli fuori giri: io li chiamo “bambini Abarth”, e il tredicenne di Bergamo ne è un esempio: non è ascoltato, di lui non frega nulla a nessuno. Se ti puoi mettere una shirt con scritto vendetta e nessuno ti ferma, cosa devi fare di più, andare nudo in chiesa?»

Come si può ristabilire questo patto tra generazioni oggi?
«Se ci chiedessimo quali nutrimenti stiamo dando ai nostri ragazzi, la risposta sarebbe desolante: niente. Quello che dovremmo fare è seguire il già citato esempio della Norvegia. Loro avevano iniziato una quindicina di anni fa con una decisione draconiana: tutti i bambini dovevano avere uno schermo, pensando che questo aiutasse a combattere le differenze sociali. Oggi riconoscono l’errore e ammettono di essere stati ingenui, e per questo cambiamo. Ecco come nasce la speranza. Non c’è bisogno di aspettare la sentenza del New Mexico per capire cosa fare, avremmo potuto arrivarci da soli. Il problema è che tra cinque giorni sarà già tutto dimenticato e cambieremo argomento. Ma al ministero dell’Istruzione sono pagati per trasformare tutte queste tragedie in riforme, piuttosto che mandare i carabinieri a cercare tirapugni negli zainetti».


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30 marzo 2026 ( modifica il 30 marzo 2026 | 15:46)