di
Walter Veltroni

I rappresentanti di sei licei hanno scritto un appello pubblico e promosso un incontro per rompere il silenzio sul disagio giovanile. Al centro: solitudine, ansia e bisogno di ascolto

Davide, Simone, Riccardo, Anna, Lorenzo, Matteo, Tommaso, Giovanni, Benedetta, Massimo, Anisia, Alessandro, Francesca, Sofia. Sono ragazzi che frequentano a Padova gli ultimi due anni di sei licei, tra i più qualificati della città: il Fermi, il Marchesi, il Tito Livio, il Nievo, il Galileo, il Newton-Pertini. Li ho incontrati un pomeriggio nel liceo Nievo, con la presenza discreta e partecipe del dirigente, ai miei tempi preside, Carlo Marzolo.

L’appello

Un mese fa, dopo il suicidio di due studentesse della loro età, o persino più piccole, loro, rappresentanti d’istituto, hanno deciso di rompere il muro del silenzio e hanno scritto un appello pubblico che diceva così, a proposito di quello che era accaduto: «Vicende che ci spingono a riflettere sulla solitudine, sulla fragilità emotiva, sul senso di smarrimento e inadeguatezza che molti ragazzi vivono quotidianamente, senza sapere come affrontarli».



















































Un atto di coraggio civile, un modo di farsi carico di un disagio comune e anche un esplicito invito all’impegno per tutte le istituzioni: scolastiche, comunali, regionali e nazionali. Sono ragazzi concreti, impegnati, ma normali, non dei fenomeni isolati dagli altri.

Parlano con lucidità di un dolore che forse li sfiora personalmente, ma certamente li riguarda direttamente, perché lo incontrano ogni mattina tra i compagni di scuola, ogni giorno in famiglia o con gli amici. Ne hanno parlato tra loro e stanno elaborando delle proposte concrete, a partire dall’istituzione di un tavolo che coinvolga tutte le realtà chiamate in causa da quella che io, non loro, mi ostino a definire un’emergenza nazionale.

Non vogliono essere solo quelli che, guardandosi dentro e attorno, hanno deciso di denunciare un problema. Cercano, disperatamente cercano, di trovare soluzioni, di studiare meccanismi di aiuto reciproco, di presa in carico, di assunzione di responsabilità sociale.

La loro denuncia corrisponde ai dati generali di questa emergenza invisibile agli occhi dei decisori pubblici. Su queste colonne abbiamo parlato spesso del dramma dell’hikikomori, che riguarda, a vari stadi, centinaia di migliaia di ragazzi italiani che si ritraggono dalla scuola, dalla famiglia, dagli amici e chiudono, talvolta per anni, una porta dietro di sé.

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

Lo studio

Ma sempre a Padova il Dipartimento di psicologia dello sviluppo dell’università ha reso noti i dati di un’indagine che ha coinvolto adolescenti, genitori, operatori sociali. I sentimenti di solitudine e incomprensione sono percepiti dal 63% del campione, il 60 parla di difficoltà di concentrazione, il 78 di bassa autostima, il 57 di uso patologico di social e videogiochi. Ma, soprattutto, il 91% dichiara di non sapere gestire emozioni intense.

Alla domanda di dove questo disagio si manifesti con più forza, l’82% indica la scuola, il 71 la famiglia, il 60 la socializzazione e, bisognerebbe capirne finalmente il valore, solo il 25 l’ambito sportivo. Il 55% dichiara di avere bisogno di aiuto psicologico.

La professoressa Mammarella, che ha curato l’indagine, ha dichiarato a Il Mattino di Padova: «I dati dimostrano una discrepanza tra quanto percepito dai genitori e quanto riportato dai ragazzi, che segnalano livelli di disagio più elevati, soprattutto per dimensioni come ansia sociale e sintomi depressivi».

Bisognerebbe, da parte di ministri, assessori, genitori, insegnanti, avere la pazienza di ascoltarli, questi ragazzi coraggiosi, generosi, consapevoli, senza sentirsi accusati, ma per capire come sono percepiti e vissuti i loro ruoli, in una società solitaria in cui, oltre allo studio e alle cinque o sei ore, mi dicono i ragazzi, che ciascuno di loro trascorre sul cellulare, resta ben poco.

In particolare, gli insegnanti avrebbero bisogno di essere valorizzati, aiutati a decifrare le nuove forme di comunicazione e relazione tra i loro ragazzi, spinti ad aprirsi nell’ascolto, a disporsi a cerchio per sentire la voce di chi li ama e li odia ma, sempre, li considera decisivi per il proprio destino.

Le parole

Fuori c’è la guerra, i ragazzi che sono qui ne sentono la durezza e si lamentano dell’indifferenza di tanti, compresi i loro compagni. Fuori c’è stato il Covid, che li ha presi bambini e li ha costretti a conoscere quell’ossimoro che era «il distanziamento sociale». Fuori c’è la seduzione digitale, con la sirena intrusiva dell’intelligenza artificiale. Fuori da quest’aula dove, appunto, siamo seduti in cerchio e io non faccio altro che riportare, perché è questo che conta, la loro voce.

Eccola: «Nella mia classe siamo partiti in 29, ora siamo 15, l’abbandono scolastico è molto elevato».
«Viviamo in una rete di asocialità. Isolati dai social. C’è anche chi ci passa otto ore al giorno».
«Nelle nostre scuole ci sono stati tre casi di hikikomori».
«Mio fratello aveva tutti dieci, da quando ha preso il cellulare si è perso».
«Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo».
«La vita per noi va troppo veloce e il futuro ci spaventa».
«A scuola si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone».
«C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava».
«La nostra salute mentale è ignorata, interessano solo le nostre prestazioni».
«Alcuni professori, per fortuna solo alcuni, umiliano chi è meno capace. Non si risparmiano battutine e c’è sempre una condizione di stress. Molti hanno attacchi di panico».

«Vorremmo una scuola che simulasse la democrazia, che consentisse il dibattito. Non una scuola che simula un sistema autoritario. È ovvio che qualcuno insegna e qualcuno deve imparare, ma siamo persone, tutte diverse, e vorremmo parlare ed essere ascoltati».
«La nostra sensazione è sempre quella di arrancare, di non essere adeguati alle aspettative di tutti, insegnanti, genitori…».
«La psicologa c’è un giorno a settimana, in orario scolastico. Per andare da lei devi chiederlo all’insegnante: si può immaginare con quale garanzia della privacy. Non è facile mostrare la propria fragilità ai compagni di classe».
«Nella mia scuola la psicologa non c’era. Si è offerta di farlo una professoressa alla quale dei miei compagni hanno confessato i problemi che avevano con genitori e suoi colleghi. Solo che lei è andata a riferire tutto».
«Quello che la scuola e la società ti dicono è che se ti fermi resti indietro».
«Quelli che frequentano lo psicologo sono l’un per cento, quelli che ne avrebbero bisogno almeno l’ottanta».
«Ho chiesto a ChatGpt consiglio su miei problemi personali, sembrava sapere tutto di me».
«L’intelligenza artificiale tende sempre a darti ragione, non ti giudica, ti rassicura. O almeno sembra così».
«Vicino a me sono diffusi, molto più di quanto si veda, fenomeni di bulimia, anoressia, autolesionismo».
«Una mia compagna ha deciso di non mangiare più. Non è venuta a scuola per sei mesi. È stata tra la vita e la morte. Non ne parlava. L’unico problema degli insegnanti sembrava trovare il modo di riuscire a promuoverla, non comprendere il suo dolore».
«I ragazzi che stanno male sono rifiutati dal mondo perché non sono abbastanza e non sanno che possono chiedere aiuto. E questo amplifica la solitudine».

«I social servono alla difficoltà di gestire le emozioni, ti illudono di essere meno solo, servono a mettere in standby la mente».
«Noi viviamo con la paura del giudizio esterno. Abbiamo la sensazione di essere sbagliati. Ci si chiede di essere sempre perfetti».
«Mi sento di vivere in una simulazione. Come se molte cose fossero finite troppo presto».
«Abbiamo fatto delle assemblee sulle relazioni affettive, per contrastare l’idea del possesso».
«Facciamo corsi di astronomia, teatro, fisica, chimica e botta e risposta per allenarci a rispettare le posizioni dell’altro».
«Abbiamo un progetto con il quale i ragazzi delle ultime classi fanno i tutor per quelli delle prime. Ci aiutiamo a crescere insieme».
«Ci vengono venduti modelli di vita, ma sono omologanti. Ci viene negata la varietà del mondo. Dovremmo avere uguali diritti tutti, per poter essere diversi gli uni dagli altri».

Qualche giorno dopo il nostro incontro, un ragazzo di vent’anni, studente fuori sede, è morto per essersi gettato nel vuoto dal polo didattico dell’università di Padova.
Come si può non capire che è un’emergenza che ci chiama tutti in causa e che meriterebbe, finalmente, ascolto e azione?

31 marzo 2026 ( modifica il 31 marzo 2026 | 13:22)