Donald Trump ha ancora la possibilità di vincere questa guerra? Il regime degli ayatollah – o per meglio dire il regime delle Guardie islamiche – è già convinto di “non perderla”? Sulla guerra vista da Washington vi offro quattro letture, un’unica inquietudine. Se si mettono insieme le analisi di Walter Russell Mead, Gerard Baker, William Galston e Seth Cropsey emerge un quadro coerente, nonostante le differenze ideologiche. Le quattro angolazioni si integrano: errore di valutazione strategica, natura asimmetrica del conflitto, crisi di consenso interno, rischio di perdita di credibilità globale. Insieme, raccontano una verità: questa guerra è più difficile, più ambigua e più pericolosa di quanto quasi tutti avessero previsto.

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Lo storico Walter Russell Mead parte da una constatazione che suona come un doppio atto d’accusa: hanno sbagliato sia le “colombe” sia i “falchi”. I primi avevano coltivato l’illusione che fosse possibile convivere con il regime iraniano, attraverso una combinazione di deterrenza e dialogo, confidando nell’evoluzione interna della società iraniana. I secondi avevano invece sottovalutato i costi e i rischi di un confronto militare diretto. Il risultato è una guerra che, nelle parole di Mead, è insieme «più necessaria» di quanto le colombe credessero e «più difficile» di quanto i falchi immaginassero.

Questa doppia sottovalutazione spiega l’impasse attuale. Da un lato, gli attacchi americani e israeliani hanno inflitto danni significativi all’apparato militare iraniano. Dall’altro, non sono riusciti finora a garantire l’obiettivo fondamentale: mantenere aperto il Golfo Persico e proteggere i Paesi alleati dagli attacchi di Teheran. La superiorità militare non si traduce automaticamente in controllo strategico.

Mead insiste su un punto cruciale: la sicurezza del Golfo resta un interesse vitale per gli Stati Uniti, anche in un’epoca di relativa indipendenza energetica. Non è solo una questione di petrolio diretto, ma di stabilità del sistema globale: rotte commerciali, mercati finanziari, forniture critiche. Il fatto che l’Iran sia ancora in grado di minacciare queste infrastrutture dimostra quanto il problema fosse stato sottovalutato.

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Gerard Baker analizza la natura del conflitto in corso, e lo fa con una chiave interpretativa classica: la guerra asimmetrica. Il suo punto di partenza: in questo tipo di guerra, le due parti combattono con obiettivi diversi. Gli Stati Uniti devono vincere. L’Iran deve solo non perdere. Questa asimmetria cambia tutto. Per Washington, “non perdere” equivale a una sconfitta politica, come dimostrano le esperienze in Iraq e Afghanistan. Per Teheran, sopravvivere è già una vittoria. Il regime iraniano può assorbire perdite enormi – umane, economiche, politiche – senza crollare, perché non risponde a un’opinione pubblica. Al contrario, negli Stati Uniti il costo politico di ogni perdita, anche limitata, è elevato.

Baker individua tre dimensioni di questa asimmetria. La prima è la soglia del dolore: l’Iran può sopportare molto di più. La seconda è la scelta dei bersagli: mentre gli Stati Uniti colpiscono obiettivi militari complessi, l’Iran può ottenere effetti enormi con azioni semplici, come minacciare lo Stretto di Hormuz o attaccare infrastrutture energetiche. La terza è il fine ultimo: per Teheran basta resistere, per Washington serve un risultato tangibile. Ne deriva una conclusione: è possibile che entrambe le parti raggiungano i propri obiettivi contemporaneamente. Gli Stati Uniti possono degradare le capacità iraniane, mentre l’Iran sopravvive e mantiene la capacità di disturbare il sistema globale. Un esito che non è una vittoria piena per nessuno, ma che per l’America si traduce comunque in una perdita di prestigio.

William Galston sposta lo sguardo all’interno degli Stati Uniti, dove si gioca un’altra partita decisiva: quella del consenso. La sua analisi è la più severa nei confronti di Trump. Il presidente ha commesso un errore fondamentale: è entrato in guerra senza prima “vendere” la guerra agli americani. Galston ricorda una verità elementare delle democrazie: senza il sostegno dell’opinione pubblica, nessuna guerra può essere sostenuta a lungo. Non si tratta di chiedere un mandato preventivo, ma di costruire un consenso nel tempo, spiegando obiettivi, rischi e costi. Trump non lo ha fatto. Ha fornito una giustificazione iniziale superficiale e non ha mai costruito una narrazione coerente del conflitto. Il risultato è un rapido deterioramento del consenso. I dati sono eloquenti: solo un terzo degli americani ritiene il conflitto giustificato, e una larga maggioranza vuole una fine rapida.

Ancora più significativo è il rifiuto di accettare sacrifici economici. L’aumento del prezzo della benzina – un effetto diretto del conflitto – non viene percepito come un contributo patriottico, ma come un costo ingiustificato. E il timore di un coinvolgimento terrestre, anche limitato, incontra un’opposizione schiacciante. Galston ricorda la contraddizione politica ben nota: Trump ha costruito la sua carriera attaccando le guerre lunghe e impopolari in Medio Oriente. Ora si trova a guidarne una, senza aver preparato il terreno. Il rischio non è solo elettorale, ma istituzionale: una guerra senza consenso mina la legittimità democratica della decisione stessa.

L’ex militare e studioso di strategia Seth Cropsey incarna la posizione opposta: quella di chi teme non l’eccesso, ma l’insufficienza dell’azione americana. Il suo argomento è questo: fermarsi ora sarebbe un errore storico paragonabile alla crisi di Suez del 1956 (che allora vide un rovesciamento delle parti fra Europa e Stati Uniti: furono Francia e Inghilterra a combattere a fianco degli israeliani contro l’Egitto di Nasser che aveva nazionalizzato Suez; da Washington il repubblicano Eisenhower intervenne a bloccare l’intervento anglo-francese). Cropsey vede nella guerra contro l’Iran una prova di credibilità globale. Se gli Stati Uniti non portano a termine l’operazione – riaprendo lo Stretto di Hormuz e neutralizzando definitivamente la minaccia iraniana – il danno non si limiterà al Medio Oriente. Potrebbe avere effetti a catena: incoraggiare la Cina su Taiwan, rafforzare la Russia nei confronti della NATO, indebolire l’intero sistema di alleanze americane.

La lezione di Suez, secondo Cropsey, è proprio questa: quando una grande potenza dimostra di non avere la volontà di sostenere le proprie azioni, perde il suo status. Nel 1956 fu la fine delle ambizioni globali di Francia e Gran Bretagna. Oggi, suggerisce, potrebbe essere il turno degli Stati Uniti.

Da qui la sua conclusione, controversa ma coerente: per vincere, serve un’escalation, inclusa la possibilità di un intervento terrestre limitato per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. È una posizione che contrasta con l’umore dell’opinione pubblica descritto da Galston. Riflette una logica strategica diversa: meglio pagare un costo immediato che subire un declino più profondo.

Mettendo insieme queste quattro analisi, emerge una tensione centrale che attraversa tutta la politica americana. Da un lato, la logica strategica spinge verso un impegno più deciso: la sicurezza del Golfo, la credibilità internazionale, il contenimento dell’Iran. Dall’altro, la logica politica interna spinge nella direzione opposta: evitare escalation, ridurre i costi, uscire rapidamente dal conflitto. Mead mostra che la guerra era difficile da evitare ma anche difficile da vincere. Baker spiega perché la vittoria è problematica in un conflitto asimmetrico. Galston dimostra che senza consenso interno anche una guerra giustificata diventa insostenibile. Cropsey avverte che una guerra incompiuta può avere conseguenze strategiche devastanti.

Ogni opzione comporta costi elevati. Continuare la guerra significa affrontare una lunga e incerta escalation. Fermarsi significa accettare un risultato incompleto, con tutte le implicazioni per la credibilità americana. È il dilemma classico delle grandi potenze in un mondo instabile. Oggi è aggravato da un fattore in più: la consapevolezza, diffusa tra gli stessi analisti americani, che il sistema internazionale è entrato in una fase più pericolosa. La guerra contro l’Iran non è un episodio isolato, ma un test della capacità degli Stati Uniti di gestire una competizione globale. 

Al di là delle divergenze, tutti riconoscono che il conflitto in corso non riguarda solo l’Iran. È una prova generale per il ruolo dell’America nel mondo. Una prova che, per ora, resta aperta. Chi ha già deciso il verdetto finale lo fa per scelta ideologica, a priori. Gli attori che contano – a Pechino e a Mosca, a Riad e Ankara – per adesso studiano, analizzano, e sospendono il giudizio.   

31 marzo 2026, 16:39 – modifica il 31 marzo 2026 | 19:01