di
Greta Privitera
Lo scrive la Fondazione che ha il suo nome. Oggi il suo avvocato e sua sorella sono riusciti a vederla: «Sta male, è debole»
Martedì 24 marzo, all’alba nella prigione di Zanjan, le compagne di cella scoprono Narges Mohammadi riversa sul letto, occhi sbarrati all’indietro, mani gelide. La avvolgono in una coperta, la trascinano all’infermeria del reparto donne. Un farmaco la riporta in sé, ma è un infarto, dicono. Niente ospedale, niente specialista. La curano tra i muri dell’infermiera, che tremano per le bombe israelo-americane, troppo vicine.
Oggi, per la prima volta da dicembre, da quando hanno riportato in prigione l’attivista iraniana e premio Nobel per la Pace, gli avvocati e la sorella riescono a vederla. Solo venti minuti, con le guardie che li circondano. Pallida e con molti meno chili addosso, «è molto debole e dolorante», raccontano. Non solo il cuore la fa star male. Mohammadi parla di emicranie e nausea talmente forti da non riuscire più a leggere. Tutto ha inizio con l’arresto brutale del 12 dicembre a Mashhad, dove è stata picchiata con pugni e calci in testa.
La Coalizione Free Narges scrive: «La vita di Narges Mohammadi è in imminente pericolo, e chiediamo alle autorità iraniane di ascoltare il nostro avvertimento e di fornirle le cure mediche di cui ha urgente bisogno, concedendole un immediato congedo medico. La violazione del “principio di separazione dei reati”, che la costringe a convivere con criminali violenti nonostante la sua grave cardiopatia e i recenti traumi fisici e ferite, unita alle condizioni di guerra e alle esplosioni che ora minacciano direttamente la vita e il benessere dei prigionieri, sta aggravando questa minaccia alla sua vita. Inoltre, chiediamo il rilascio immediato per motivi umanitari di tutti i difensori dei diritti umani, scrittori e giornalisti incarcerati; in queste condizioni pericolose, la loro sicurezza può essere garantita solo con il loro trasferimento fuori dalle prigioni e da altre zone di detenzione, e la legge iraniana prevede disposizioni per il loro rilascio temporaneo in tempo di guerra».
Questa la condanna per Mohammadi: sei anni per “assembramento e collusione contro la sicurezza nazionale”, diciotto mesi per “propaganda contro il regime”. Più due anni di esilio a Khusf, nel deserto del Khorasan meridionale, e divieto di volare per altri due. Totale: oltre diciassette anni di galera, più 154 frustate. “La nostra Narges deve pagarle tutte”, scrive un’amica da Teheran, voce rotta.
31 marzo 2026 ( modifica il 31 marzo 2026 | 21:05)
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