di
Guido Santevecchi
Le portacontainer cinesi passano dallo Stretto. La prudenza di Xi
Tre navi e un documento in cinque punti segnalano un possibile coinvolgimento di Pechino nello sblocco della crisi di Hormuz. Tre portacontainer cinesi hanno attraversato lo Stretto lunedì, lasciando indisturbate il Golfo Persico dopo esservi rimaste bloccate per un mese. Ieri il ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato «apprezzamento per l’assistenza fornita dalle parti interessate», senza precisare a chi fosse diretto il ringraziamento. I mercantili con bandiera cinese sono passati vicino alle isole iraniane di Larak e Qeshm; secondo i registri di Cosco (il gigante dei trasporti marittimi China Ocean Shipping Company), le stive erano vuote. Ma il via libera alle prime navi di Pechino intrappolate nel conflitto iraniano è carico di significato politico.
Il quasi silenzio
Dopo il colpo di mano di Trump in Venezuela e ora l’attacco all’Iran i politologi si arrovellano sul quasi silenzio di Pechino, che secondo alcuni dimostra la sua impotenza e per altri la sua soddisfazione per le difficoltà dei rivali americani. Formalmente, la superpotenza cinese è schierata per la pace e si ancora al principio di non ingerenza negli affari interni di altri Paesi.
Come da copione la Cina ha invocato la fine delle ostilità e la riapertura di Hormuz: ha un interesse economico evidente, perché dall’Iran acquista il 13% del suo import di petrolio e complessivamente dal Medio Oriente riceve metà del suo fabbisogno di greggio e un terzo del gas naturale liquefatto. Temendo una crisi, i pianificatori dell’economia cinese hanno accumulato riserve d’emergenza di petrolio valutate in 1,3 miliardi di barili, sufficienti per almeno sei mesi, visto che Pechino può sempre contare sulle importazioni dalla Russia.
La situazione di Hormuz però crea problemi a Pechino: la petroliera kuwaitiana colpita ieri da un drone iraniano davanti a Dubai trasportava 2 milioni di barili di petrolio diretti al porto cinese di Qingdao.
Anche dopo questo episodio la reazione di Pechino è stata a bassa intensità: «Hormuz è un’importante rotta di commercio internazionale per merci ed energia, la Cina chiede un rapido cessate il fuoco e stabilità del Golfo Persico», ha detto la portavoce degli Esteri.
È uscito qualcosa di più interessante dalla «consultazione strategica» tra il capo della diplomazia cinese Wang Yi e il suo omologo pachistano Ishaq Dar, invitato ieri a Pechino proprio perché il governo di Islamabad negli ultimi giorni è emerso come possibile mediatore nel conflitto.
Gli obiettivi
I due ministri hanno detto di aver individuato cinque punti che perseguiranno insieme: immediata cessazione delle ostilità, inizio di colloqui di pace il più presto possibile, sicurezza degli obiettivi non militari come impianti energetici e di desalinizzazione dell’acqua, garanzia delle libera navigazione nello Stretto di Hormuz, salvaguardia del primato della Carta dell’Onu. Il documento non cita Israele e Stati Uniti e sostiene il rispetto della sicurezza e integrità territoriale di Iran e Stati del Golfo. Cina e Pakistan, che si riconoscono come Paesi «amici in ogni situazione», chiedono a tutte le parti di seguire la loro proposta, senza fare cenno a ulteriori passi concreti. Si tratta comunque di un primo coinvolgimento cinese nella ricerca di sicurezza per Hormuz, mentre il Pakistan sta usando i suoi rapporti relativamente buoni con Washington e Teheran nel tentativo di trovare una soluzione. Islamabad ambisce a offrire il campo neutro per colloqui di pace, finora è riuscita a riunire i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Egitto e Turchia.
Xi Jinping resta silenzioso, osserva i contorsionismi di Donald Trump e lo aspetta a metà maggio a Pechino (sempre che non ci sia un altro rinvio per il protrarsi della guerra). Guardando alle difficoltà dell’America nel chiudere la partita con l’Iran, i cinesi potrebbero trarre utili informazioni su come trattare la questione taiwanese, anche se gli insegnamenti che vengono dal Golfo sono ambivalenti: da una parte è chiaro che gli Stati Uniti stanno distraendo forze militari dal teatro del Pacifico, dall’altra c’è un’ulteriore prova che le superpotenze non sanno piegare la resistenza di avversari più piccoli (da Kiev a Teheran).
31 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA