di
Fabrizio Roncone
Il terzo Mondiale saltato di fila è una botta tremenda per il calcio italiano, si resta senza parole. Non si può risolvere tutto con l’amarezza, ci vuole coraggio. In un Paese normale le dimissioni del presidente Gravina sarebbero un fatto quasi naturale
Come tutti, credo, in piedi davanti alla tivù. Senza parole. Non andiamo ai Mondiali nemmeno stavolta. Di pancia, di rabbia, viene da pensare che non ce li meritiamo, che è giusto così. Certo, abbiamo perso ai rigori uno spareggio pazzesco. Chi vuole, è libero di mettersi a recriminare. Però, con un po’ di onestà intellettuale, dobbiamo ricordarci che proprio ai rigori, a Wembley, ci abbiamo vinto un campionato d’Europa. No, guardate: la cosa migliore da fare, adesso, è ringraziare Rino Gattuso, dirgli che lui non c’entra niente, e poi vedere cosa decide il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina. In un Paese normale, un uomo normale, si dimetterebbe.
Sono riflessioni scritte a caldo. La botta è davvero tremenda per il nostro calcio. Non possiamo risolverla con dichiarazioni piene di amarezza. O evocando il destino crudele. Sebbene il destino abbia apparecchiato la sua partita perfetta.
Restano — si fatica anche a leggerli — appunti, scarabocchi nervosi. Dopo mezz’ora, la scena appare chiara. Con i bosniaci non esiste alcun divario tecnico e l’azione con cui siamo passati in vantaggio va derubricata a una feroce botta di fortuna. Una grandiosa ciabatta del portiere Vasilj: il quale, invece di rinviare lungo, l’appoggia a Barella, che la gira a Kean (lui calcia bene, ma vabbè, fatelo pure calciare male). Il resto è un frullato di immagini televisive piene di brutte sensazioni. Lo stadio è davvero un girone dantesco. Il prato è da terza categoria. Dal verde smeraldo al grigio fango. Solo che la Bosnia ci corre sopra con disinvoltura, sono tosti e massicci, si chiudono per ripartire, Dzeko che fa la sponda e gli altri che si buttano dentro. Molto verticali.
Noi arranchiamo. Palleggio modesto, mai un lampo. Poi non so: sarà tutto il calcio che abbiamo visto, sarà che certe cose te le senti addosso. Però la nostra difesa sembra troppo tenera. Il tempo di appuntarsi questo presagio e di alzare lo sguardo: per vedere un piccoletto veloce di nome Memic scappare via sulla sinistra. Bastoni è in ritardo. Non ha più il passo per accompagnarlo. Decide di entrare in scivolata. E lo falcia. Fallo netto. Rosso diretto.
Uno dei pochi vantaggi di non essere in tribuna stampa è che le telecamere ti aiutano a controllare meglio certe situazioni. Ora, per dire, c’è Gigio Donnarumma, che si dimentica d’essere il nostro capitano, il campione che è: e va a mettere la sua fronte su quella di Memic. Brutta scena. Intanto Bastoni esce a capo chino. Bravo a simulare i falli, ma anche a farli (media voto stagionale: 2). Restiamo in dieci. C’è un primo piano sul volto di Rino Gattuso: invecchiato di botto. D’istinto, di mestiere, affidandosi non so a quale santo, si gira e chiama dentro Gatti. Fuori Retegui. Su whatsapp arriva una foto scattata, pochi secondi fa, allo stadio: dai palazzi intorno allo stadio stanno facendo festa con i fuochi d’artificio.
Il secondo tempo è terrificante. Conteggio sommario, ma indicativo, dei tiri: 19 della Bosnia, 3 degli azzurri (compreso uno di Kean che, in clamoroso contropiede, calcia alto). Loro in totale controllo. E spingono. Gli azzurri si battono come possono. Suppongo che la domanda di milioni d’italiani sia, più o meno, questa: come possiamo resistere per altri venti minuti? Difficile da immaginare. Buttiamo un paio di importanti contropiedi. Giochiamo sui nervi. Ma non bastano. I bosniaci pareggiano in un mischione furibondo. Con una zampata di Tabakovic.
Adesso? Miracolo di Donnarumma su colpo di testa di Demirovic. Sono entrati Cristante, Frattesi, Pio Esposito, Palestra. Più c’è Gattuso, che corre, letteralmente, sulla fascia. Quanto manca? Niente, ci ritroviamo ai supplementari. Un incubo perfetto. Come si racconta un incubo?
Speranza banale, struggente, già disperata: proviamo almeno ad andare ai rigori. In realtà c’è Palestra che parte e prova ad andare in porta. Ma lo stangano. Sembrerebbe un fallo da espulsione. Invece l’arbitro dice che è solo da giallo. Poi, sentite: l’ultimo quarto d’ora se ne va con mille pensieri. Ricordo solo l’ultimo: volevamo andare ai mondiali.
1 aprile 2026 ( modifica il 1 aprile 2026 | 02:05)
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