di
Valentina Santarpia

Una madre alle prese con un ragazzino di 12 anni a cui è stato diagnosticato un disturbo del neurosviluppo. Il coltello ordinato di nascosto, la paura, le tensioni con gli insegnanti, le difficoltà ad avere una diagnosi e una terapia adeguati in tempi brevi

«Potevo essere io la mamma di quel ragazzo che ha aggredito la professoressa accoltellandola»: comincia così il lungo sfogo di una mamma, la chiameremo Paola, per motivi di privacy. È romana, ha 48 anni, e un figlio di 12 anni a cui è stato diagnosticato l’adhd da due anni. Qualche mese fa ha scoperto nel cassetto della camera di suo figlio un coltello a serramanico acquistato online. 

Che cosa ha pensato?
«Mi si è gelato il sangue. Sono corsa preoccupatissima dal neuropsichiatra che lo ha in cura. Ovviamente ho nascosto il coltello».



















































Che cosa ti ha consigliato?
«Si è allarmato anche lui, mi ha prescritto un farmaco psichiatrico e mi ha consigliato di darglielo se la situazione fosse degenerata. Mi ha anche proposto di accompagnarlo dalle forze dell’ordine per fargli capire cosa stava rischiando». 

E lei che cosa ha fatto?
«Sono andata a comprare il farmaco, ho aspettato che mio figlio tornasse a casa, e gli ho parlato spiegandogli la gravità di quello che aveva fatto. Gli ho detto che mi ero sentita morire dentro, pensando che lui potesse uscire con quel coltello da casa».

Suo figlio come ha reagito?
«All’inizio ha sminuto, come fa sempre, ma poi mi ha ascoltato, si è reso conto che ero molto scossa, si è sentito molto male, ed è scappato di casa».

Quando lo ha ritrovato?
«L’ho cercato in tutto il quartiere, ma poi è tornato a casa: aveva evidentemente bisogno di raccogliere i pensieri».

Perché lo aveva acquistato?
«Mi ha detto che semplicemente gli piaceva, e che sapeva molti ragazzi vanno in giro con un coltello. E se lo avesse usato in un momento di rabbia? Non oso pensarci. Almeno quell’episodio è servito a renderlo consapevole del suo disagio e ad assumere il farmaco che prima non voleva prendere».

Di che disagio si tratta?

«L’Adhd è un disturbo del neuro sviluppo che comporta una maturazione più lenta della corteccia pre frontale compromettendo la capacità di autoregolazione, l’organizzazione e la pianificazione del lavoro e la memoria. È un modo diverso di funzionare, non una malattia».

La scuola come lo ha aiutato?

«Il rapporto con la scuola è stato fin da subito molto problematico: una maestra delle scuole elementari tanto rigida che non faceva che dirci di farlo leggere di più e che lo puniva obbligandolo a stare seduti a ricreazione (tempo pieno e bambino iperattivo), le sue difficoltà erano evidenti: interrompeva spesso, non riusciva a organizzare il lavoro richiesto, leggere, scrivere in corsivo, il rispetto delle regole erano per lui gabbie strette in cui si sentiva compresso come un gas nervino».

Lei come si sentiva?
«Ero arrabbiata con lui, non mi piaceva, cercavo di correggerlo e cambiarlo.
Per individuare le sue difficoltà mi sono rivolta alla Asl, e dopo una prima visita in tempi abbastanza brevi, mi hanno riferito che per la valutazione ci sarebbe voluto almeno un anno. Un anno è tantissimo, troppo quando si vive un grosso disagio, così mi sono rivolta a una psicologa privata, che ha subito attivato il parent training , ma non avendo individuato l’Adhd, era del tutto inefficace».

Quando si è sbloccata la situazione?

«A 10 anni mio figlio mi chiedeva perché l’avessi messo al mondo, mi diceva che voleva morire e che prima o poi si sarebbe ammazzato. A quel punto scrivo alla Asl spiegando la situazione e finalmente arriva l’appuntamento per la valutazione. Emerge un quadro di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio, dislessia, disortografia e discalculia. Dopo aver digerito la notizia, ci siamo attivati in cerca di personale specializzato e ci siamo iscritti all’associazione Adhd Lazio Odv che ci è stata di grande aiuto».

Cosa ha dovuto fare?
«Ho attivato la terapia cognitivo comportamentale, il sostegno a scuola, il parent training e infine il farmaco. Ho studiato tanto e anche grazie alla comunicazione non violenta di Marshall Rosenberg ho iniziato a lavorare su di me. A non farmi agganciare dalle sue provocazioni, ad accogliere i sui melt down e le sue emozioni dirompenti, ad amarlo così com’è , con le sue luci e le sue ombre. Ora capisco finalmente che mio figlio mi ha resa una persona migliore». 

È una dichiarazione molto forte. Comme ha fatto ad arrivare a questa consapevolezza?
«Ho imparato che la violenza si nasconde nel giudizio, nel ritenere che l’altro stia sbagliando. Secondo il poeta sufi Rumi , esiste un luogo al di là della ragione o del torto, dove ci si può incontrare. È il vero luogo di pace, dove la nostra umanità si manifesta nella sua forma più alta. Tutti i comportamenti e le emozioni celano un bisogno: indipendenza, considerazione, fame, sete , sicurezza, gioco…. e se ci riusciamo a focalizzare su quello, la violenza scompare».

Resta il fatto che suo figlio crea problemi ovunque…
«Certo, mio figlio non piace ai docenti, non si piega alle regole, disturba, si distrae, ha bisogno di muoversi, e all’interno di un gruppo classe viene percepito come un fastidio. Lo sguardo di disapprovazione che si è sempre posato su di lui è lo stesso che hanno i suoi compagni, influenzati dalla percezione adulta». 

Cosa si potrebbe migliorare?
«Nel mio mondo ideale le certificazioni non sarebbero necessarie. La scuola dell’obbligo dovrebbe rimuovere ogni ostacolo verso l’apprendimento per tutti gli studenti, e come sarebbe bello applicare a tutti le stesse condizioni: interrogazioni programmate, accesso a strumenti compensativi e dispensativi e comprensione. Invece il suo diario esplode di note che parlano del suo disturbo, e nessuno si rende conto che averlo è già di per sé una punizione. Questo mondo pensato per i neurotipici lo rende un disabile, un pesce che scala una montagna».

Eppure la scuola italiana viene ritenuta una delle più inclusive del mondo, grazie alla legge dell’8 ottobre 2010.
«Certo, in teoria. Il ministero dell’istruzione si è accorto di chi stava lasciando indietro, ma siamo ancora molto lontani dall’applicazione. I docenti non sono formati e non sono obbligati a farlo e spesso non lo è neanche il sostegno. Troppe volte ho dovuto sottolineare la differenza tra la parola giustificare e la parola spiegare: significano lo stesso concetto, ma nel secondo caso si elimina il giudizio. Bisogna essere pronti a mettersi in discussione, a modulare il proprio approccio e se questo venisse fatto verso tutti gli alunni, l’apprendimento non sarebbe solo sofferenza».

Come si fa ad allevare un figlio così, che rischia di cadere in ogni momento preda di rabbia o istinti pericolosi?
«Per insegnare e crescere dei figli con una neurodivergenza ci vuole tanta fiducia e tanto amore. Non capisco perché gli insegnanti non debbano fare corsi specifici di formazione per affrontare le diagnosi sempre più frequenti dei loro studenti. Invece le famiglie vengono ritenute responsabili di non aver educato i propri figli, chiamate per venirli a riprendere come fossero un sacchetto di immondizia puzzolente. Mio figlio viene sgridato, la classe punita, eliminate le gite. Gli istituti di pena minorili esplodono di ragazzi così: non visti, non capiti, sbagliati. Alla fine scelgono la strada del crimine, perché lì si sentono di appartenere. Sono atea ma anche la religione cattolica insegna ad amatr il tuo prossimo per come è e non per come vorremmo che fosse, ad accogliere le difficoltà, a stare dalla parte del più debole».

Suo figlio verrà sempre considerato come un bullo?
«Spero di no. Io probabilmente vivrò sempre con l’ansia, già sono preparata all’idea che il suo percorso di studi sarà sempre problematico. Ma le cose devono cambiare, questi ragazzi non possono continuare ad essere etichettati come “cattivi”, sono piuttosto delle risorse, hanno un cervello che va veloce, trovano soluzioni innovative e sono attenti a tutti i particolari. Non sono in grado di portare avanti compiti che non li interessino, ma se sono coinvolti vanno in iper focus e nessuno li distoglie più. Ho sentito che ci sono aziende americane che assumono solo persone ADHD , hanno capito che sono delle risorse e non un peso. Cambiare lo sguardo è fondamentale, lo dobbiamo ai nostri figli, lo dobbiamo alla società». 

Se dovesse descriverlo con il suo sguardo, suo figlio che tipo è? 
«Mio figlio è l’amico migliore che si possa mai avere, brillante, attento a ogni minimo particolare, allegro, lui piace a tutti. I suoi compagni lo guardano un po’ con sospetto ma anche con ammirazione: lui ha il coraggio di dire e fare cose che magari alcuni pensano ma non dicono o fanno, è un combattente. Può essere molto faticoso relazionarsi con lui, ma mai banale. È il mio piccolo eroe». 


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31 marzo 2026 ( modifica il 31 marzo 2026 | 19:03)