di
Edoardo Semmola
Il comico fiorentino ricorda l’amico e collega scomparso domenica a 73 anni
«E così se n’è andato anche David Riondino. Quante belle canzoni, progetti, e quanti sogni! Idee a volte strampalate, resti tra noi, ma avercene! Sempre pronto al gioco, col suo sguardo acuto, profondo e ironico sul mondo. Caro David, ora te lo posso dire: non sempre sono riuscito a capire i tuoi ragionamenti, troppo difficili per me, e ultimamente non sempre li ho condivisi, lo sai, ma quanto mi mancheranno! E soprattutto, d’ora in poi, con chi cazzeggio?». Gli trema la voce, scende una lacrima, Paolo Hendel si trattiene a stento nel ricordare quello che era più di un collega, amico e compagno di palcoscenico scomparso domenica a 73 anni: il loro rapporto è iniziato da compagni di scuola.
Liceo Dante, piazza della Vittoria, primi anni 70…
«È nata subito un’intesa. All’epoca ero impegnato tra lotte studentesche, assemblee e manifestazioni. E spesso ci trovavo David anche se lui seguiva pure la strada della creatività con il collettivo Victor Jara e le prime canzoni. Gli ho subito invidiato questa cosa, che guardavo però con un po’ di sospetto».
«Non la capivo del tutto, ci vedevo il rischio del disimpegno. Poi, per fortuna, anni dopo, con l’università lasciata un po’ a metà e mai presa troppo sul serio, mentre mi chiedevo cosa fare della mia vita, fu proprio David a salvarmi».
Facile immaginare la scena: una cena, gli amici, il vino, tante risate…
«Durante quella cena gli feci un quadro piuttosto nero del mio futuro e chiosai con un gesto inconsulto: afferrai un pomodoro maturo e me lo spiaccicai lentamente in faccia».
«Ne abbiamo riso. In quel gesto abbiamo ritrovato la leggerezza che ha sempre caratterizzato il nostro rapporto. Tanto che mi suggerì di presentarmi durante i suoi concerti vestito da maggiordomo, tra una canzone e l’altra, una volta spiaccicandomi un pomodoro, un’altra spaccandomi una mela in testa, fino ad arrivare al cocomero. Ne porto tuttora le conseguenze, sia all’esterno sia all’interno. Soprattutto all’interno. Ma il pubblico reagiva con stupore e poteva capitare finanche che partisse un applauso. Che interpretai a modo mio come un motivo per andare avanti su quella strada».
Voi due, insieme, vi ricorderemo sempre ne «La notte di San Lorenzo» dei Taviani.
«Lui interpretava il fascista che uccide me, giovane partigiano. Anche in quel film, come in Ad ovest di Paperino dei Giancattivi, dello stesso anno, c’è la storia del cocomero di cui parlavamo prima. A quanto pare ho faticato a uscire da questa mia massima espressione drammatica».
Nel mezzo a questi due momenti, è cresciuta l’ amicizia.
«David era sempre pieno di idee e progetti. Tanto che c’era il pericolo di perdercisi dentro. Raccontava spesso i suoi sogni, in modo molto dettagliato. E spesso si confondevano con le sue proposte vere e diventava difficile capire cosa fosse reale e possibile e cosa no. Era come fosse sempre distratto da qualcosa un po’ più in alto della vita quotidiana».
«Ricordo uno spettacolo insieme in una Festa dell’Unità invernale a Moena, in Trentino: c’erano 20 gradi sotto zero, e lui arrivo all’ultimo momento, con un cappottino usato leggerissimo, t-shirt e scarpe estive. Io e Piero Castelli lo abbiamo dovuto rivestire da capo a piedi. Calzini compresi, perché era arrivato pure senza quelli».
I famosi colpi di teatro di Riondino.
«Una volta lo aspettavo a Trento dove dovevamo andare in scena insieme, mi telefonò da Trieste: aveva sbagliato città con la T. Potevi perderci il sonno a star dietro a David, ma era sempre bellissimo averlo lì e poterci giocare insieme».
«Spesso la sua casa era la macchina: ci teneva abiti, spazzolino da denti, rasoio, i calzini e un paio di mutande pulite che ci vogliono sempre nella vita. La macchina era il suo armadio, a volte anche il suo letto».
Paolo Hendel, David Riondino e Sergio Staino: che trio formidabile siete stati!
«In scena eravamo io e David e poi entrambi avevamo un rapporto stretto con Sergio. E ora che non ci sono più mi trovo sempre più solo: è successo tutto in pochi anni, Sergio ha dato il via a questa fase tremenda. Non so cosa gli sia venuto in mente, di andarsene. Poi sua moglie Bruna, Sergio Sacchi del Club Tenco, David».
Come gli amici al bar della canzone di Gino Paoli: avete provato a cambiare il mondo.
«In questi ultimi anni però io e Sergio abbiamo discusso spesso con David, anche in modo acceso, mandandoci a quel paese, sul tema dell’aggressione all’Ucraina. Non ho mai capito perché abbia assunto una posizione, non dico filo-putiniana per carità, ma non di chiara condanna. È la prova che nessuno è perfetto, nemmeno David Riondino».
Nel privato era diverso di come appariva in pubblico?
«Sapeva scavare nelle persone, interrogarsi e interrogarle. Una persona con cui si stava sempre volentieri insieme, c’era sempre qualcosa di cui parlare… grazie a lui».
«Il nostro legame è nato grazie all’inserto satirico dell’Unità, Tango. Fu una cosa che fece epoca. Un’eresia anche. La bravura di Staino di mettere insieme tutta una serie di casi umani dove per caso nei casi c’ero anch’io, oltre a David, e Fabio Fazio, Altan, Michele Serra, Elle Kappa, Andrea Pazienza e tanti altri, fu incredibile. Una banda di persone che riuscirono grazie a Sergio a intendersi, accettarsi gli uni con gli altri e le altre e giocare insieme».
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31 marzo 2026
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