I primi cinquant’anni di Apple sono un mix raro di tormento, genio, strategia e visione. Così come tormentata, geniale, stratega e visionaria era la mente di colui che Apple l’ha fondata. Steve Jobs è il personaggio chiave della storia. O almeno, del suo primo capitolo, iniziato insieme al sodale Steve Wozniak. Ma sempre lui ha scelto chi doveva diventare il timoniere della seconda, prospera, fase di vita. Dopo un’infanzia e adolescenza scandita da colpi di scena, prodotti rivoluzionari, tragici addii e trionfali ritorni, Tim Cook diventa l’emblema della maturità. La startup si fa colosso tecnologico. I ribelli diventano status quo. I sorprendenti «one more thing» si diradano per lasciare spazio alle cifre sempre più alte registrate nelle trimestrali. Oggi Apple è un colosso da 3,6mila miliardi di dollari di capitalizzazione. Influenza la società e la politica, sforna ogni anno decine di nuovi dispositivi che per molti rappresentano accessori fashion oltre che oggetti tecnologici. In mezzo secolo di storia ha rappresentato tante volte la spinte più innovativa della Silicon Valley, osando e rischiando. In altri momenti è stata più cauta, comportandosi come una perfetta macchina capitalista. Rimane indubbia la sua impronta su ogni smartphone, ogni tablet, ogni computer, smartwatch, auricolare che usiamo. Indipendentemente dal marchio che vi è impresso. Tim Cook, per celebrare il primo mezzo secolo della società che guida, ha dedicato questi anni e i prossimi a venire «a chi è folle. A chi non si conforma. A chi si ribella. A chi crea problemi. A chi è un pesce fuor d’acqua. A chi vede le cose in un modo diverso». E ha ricordato la frase più celebre del fondatore: «Stay Hungry, Stay Foolish», pronunciata nel discorso all’università di Stanford nel 2005 diventato un classico moderno. Noi ne ricordiamo un’altra, che apre questa lunga storia: «Non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire».
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