di
Vera Martinella
L’intervista a Blank, uno dei maggiori esperti in Italia e all’estero. Oggi è possibile guarire pazienti con neoplasie diagnosticate in stadio avanzato
L’immunoterapia è diventata il quarto pilastro della terapia oncologica, insieme alla chirurgia, alla radioterapia e alla chemioterapia.
Era il 2011, quando con grande entusiasmo degli esperti durante il congresso annuale della Società americana di oncologia (Asco) vennero annunciati i primi dati sull’immunoterapia nei pazienti con melanoma cutaneo. Questo tumore fece allora da apripista a questa nuova strategia che mira a stimolare il sistema immunitario dei pazienti contro le cellule neoplastiche e che oggi dà risultati importanti in molte neoplasie per le quali c’erano poche speranze.
Prima dell’arrivo dell’immunoterapia nel 2011, la speranza di vita dei malati con un melanoma metastatico era di circa 6-12 mesi perché la chemio o le altre strategie contro questa neoplasia non funzionano. Oggi abbiamo diversi farmaci immunoterapici efficaci e, in molti casi, possiamo dire di essere riusciti a cronicizzare la malattia: la metà dei pazienti metastatici, infatti, è ancora viva sette anni e mezzo dopo la diagnosi.
Ancora oggi la storia del melanoma fa da apripista e insegna nuove cose.
Quali?
«Innanzitutto che l’immunoterapia può guarire pazienti con tumori in stadio avanzato – risponde Christian Blank, direttore dell’Unità Melanoma e Sarcoma all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano –. Lo hanno dimostrato ormai numerosi studi in diverse neoplasie: ad esempio il carcinoma mammario triplo negativo, il carcinoma renale o quello del colon retto caratterizzato da elevata instabilità dei microsatelliti».
Secondo: l’impiego precoce dell’immunoterapia, in ambito neoadiuvante (cioè prima dell’intervento chirurgico) può migliorare ulteriormente gli esiti clinici: «Come tutte le nuove terapie, i farmaci immunoterapici sono stati sperimentati prima sui pazienti più gravi, quelli che non avevano più opzioni di cura efficaci – spiega Blank, che è anche docente di Immunoterapia Oncologica al Leiden University Medical Center, in Olanda -.
Visti i buoni risultati che si ottenevano, l’immunoterapia è stata pian piano anticipata ed è così risultato evidente che somministrandola prima i pazienti ne ricevono benefici maggiori: possono guarire, ad esempio, pur avendo una diagnosi di neoplasia avanzata. Oppure sopravvivere più a lungo, diversi anni invece di pochi mesi. O ancora, ritardare il momento in cui si presenta la recidiva».
Terza lezione: l’immunoterapia pre-operatoria richiede una collaborazione ben coordinata tra diverse specialità, tra cui l’oncologo, il radiologo interventista, il chirurgo e l’anatomopatologo.
«La questione cruciale è non perdere tempo pur facendo tutti i passaggi necessari a prescrivere le terapie più indicato nel singolo caso – chiarisce l’esperto -. Nei pazienti guaribili chirurgicamente rinviare l’intervento chirurgico per la l’immonoterapia preoperatoria non dovrebbe comportare una perdita di tempo inutile. Pertanto, l’imaging eseguito dal radiologo, la marcatura delle metastasi linfonodali da parte del radiologo interventista, la terapia neoadiuvante a 6 settimane, l’intervento chirurgico e l’analisi patologica dovrebbero essere completati entro un lasso di tempo di 8-10 settimane. Con gli attuali tempi di attesa per l’imaging e gli interventi, ciò rappresenta una sfida operativa per medici e ospedali».
Quarto: la personalizzazione dell’immunoterapia preoperatoria sarà il prossimo grande passo, con l’obiettivo di migliorare la risposta al trattamento e ridurre gli eventi avversi a lungo termine. «Ad esempio il melanoma ci ha insegnato che i pazienti che rispondono molto bene all’immunoterapia (per cui la massa neoplastica ed eventuali metastasi si riducono molto o scompaiono) presentano un rischio di recidiva molto basso, il che offre l’opportunità di adattare al loro “pericolo minimo” anche i passi successivi, cioè l’estensione dell’intervento chirurgico, un eventuale successiva terapia post chirurgica e monitoraggio di follow-up – spiega Blank -. Al contrario, i pazienti che presentano solo una risposta patologica parziale o che non rispondono all’immunoterapia neoadiuvante potrebbero comunque trarre beneficio da un aumento del dosaggio oppure dall’utilizzo di farmaci diversi dopo l’intervento».
Quinto: è necessario un aggiornamento delle regole si approvazione dei nuovi farmaci. «Le autorità sanitarie non devono solo continuare ad approvare rapidamente le nuove terapie per le fasi iniziali (come è avvenuto efficacemente in Italia) ma anche rivedere le autorizzazioni più datate per le fasi avanzate – conclude Blank –. I pazienti di oggi, infatti, non sono più gli stessi di quando queste cure sono state approvate. La storia del melanoma ci insegna che le cure oggi disponibili per i tumori in stadio avanzato sono state sviluppate diversi anni fa su pazienti che non avevano mai ricevuto trattamenti precedenti. In quel contesto, i tumori presentavano spesso caratteristiche più favorevoli e potevano essere trattati anche con immunoterapie meno intensive, utilizzate da sole. Oggi però lo scenario è cambiato: l’impiego dell’immunoterapia già nelle fasi iniziali ha modificato il profilo dei pazienti che arrivano allo stadio avanzato. In pratica i tumori più “facili” vengono trattati prima, mentre nelle fasi avanzate si concentrano sempre più spesso i casi più complessi. I pazienti che oggi peggiorano dopo aver ricevuto immunoterapia nelle fasi iniziali, insomma, spesso non hanno accesso alle combinazioni di immunoterapia più aggressive di cui avrebbero bisogno».
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1 aprile 2026
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