di
Walter Veltroni
Il regista racconta il nuovo film «…che Dio perdona a tutti»: «Papa Francesco accettava anche gli agnostici come me»
L’ultimo film di Pif, «… che Dio perdona a tutti» riporta alla leggerezza e alla genialità di «La mafia uccide sempre d’estate». Ha la stessa capacità di divertire, di far riflettere. Il tutto con una misura abbastanza rara, in questo tempo smodato. Lì si parlava di mafia, qui di religione. Forse contano le radici siciliane dei due film?
«Beh sì, evidentemente non devo andare troppo lontano, né nel tempo, né nello spazio. Con Michele Astori ci divertiamo a immergere nella nostra terra lo scherzo sulle cose profonde. Ci piace far arrabbiare qualcuno. La mafia non ha senso dell’umorismo, la Chiesa speriamo di sì. L’importante è non essere irriverenti. Noi non prendiamo in giro chi ha fede, anzi, da agnostici, invidiamo chi ha fede. Però ci diverte l’abuso della fede, il suo uso improprio».
A cosa ti riferisci?
«Ci sono politici che si dichiarano cristiani ma sostengono che una cosa è fare il Papa, un’altra è fare il politico. Ma non puoi tradire i valori cristiani, limitarti a dichiararli. Non puoi fare il cristiano part-time. Se vivi in maniera ipocrita la fede sono fatti tuoi. Però poi vai a votare e di conseguenza sceglierai gente che rispecchierà la tua incoerenza nell’essere cristiano e le conseguenze saranno di tutti, anche mie. Dovresti rispettare il Vangelo, a cominciare dagli ultimi e dall’accoglienza. Guarda la scena di Trump che si fa appoggiare le mani sulle spalle in un delirio mistico. Un insulto alla religione, come le pratiche dell’Ice».
Il tuo personaggio all’inizio è a dir poco ateo e poi, forse per amore, diventa un estremista della fede. Non c’è nulla in mezzo, nulla di equilibrato.
«Questo è un periodo in cui non si colgono le sfumature, la gente sembra volere solo il bianco o il nero, non ammette il dubbio. In questo caso ho usato l’estremismo cattolico per contrastare il conformismo. Papa Francesco era per certi versi molto estremo ma la radicalità del modo di intendere il suo ruolo e la sua missione hanno destato interesse anche in chi è agnostico».
Tu sei cattolico?
«Io culturalmente sono cattolico, ma nella pratica no. Ho un eccellente curriculum: sono stato a scuola dalle suore prima, dai salesiani poi, ho visto “Marcellino pane e vino” almeno otto volte. Quando entro in un convento di suore mi riconosco nell’arredamento. Mi rassicura il marrone dei mobili, il merletto sotto i piatti… Mi rassicura perché è da dove vengo. Però bisogna farsi delle domande. Sempre, tante. Per far convivere attenzione alla religiosità e dubbio».
E tu te le sei fatte?
«In realtà, in me, Dio è molto più presente adesso che sono agnostico rispetto a quando ero credente. Mi faccio molte più domande di quando ero cristiano per educazione. Che non basta. In una scena del film c’è un bambino che deve recitare il Padre Nostro. Quando ho fatto il casting ho scoperto che pochissimi lo conoscevano. Una cosa per me incredibile».
Cosa è stato l’incontro con Papa Francesco?
«Ciò che dava fastidio agli altri, la sua semplicità, era proprio quello che mi piaceva. I suoi gesti semplici erano non un modo per abbassarsi, ma per alzare tutti noi. “Pregate per me”, detto da un Papa, significa che la tua volontà conta come la sua, che lui ha bisogno di te. Un Papa più umano, più vicino, ti fa sentire, anche se sei agnostico, accettato. Quando l’ho incontrato, per mettere le mani avanti ho detto: “Io non sono ateo, sono agnostico, ma ho studiato dai salesiani.” Lui mi ha risposto “Forse è per questo che sei agnostico…”».
Cosa sono i dolci per te?
«In questo film ho incorniciato e confessato la mia passione per i dolci. Tornando indietro nel tempo mi sono ricordato che, durante la preparazione degli esami di maturità, mangiavo una pasta al giorno. C’era una vocina dentro di me che diceva: “Esci e mangia un cannolo”. Il vero trauma era quando mi scordavo che il lunedì il bar chiudeva. Per un palermitano, per un siciliano, il dolce si avvicina al tutto della vita. Mio padre è stato ricoverato per problemi al cuore e i parenti gli portavano cannoli. Perché quando hai familiarità con una cosa, non pensi al male che ti può fare».
Insomma il tuo è un film su Dio e sui dolci…
«Spero di conquistare gli atei con i dolci e i credenti con il Papa. Una cosa che li accomuna c’è: sono tutti e due bianchi. Quando dico che questo è un film su Dio e la ricotta siciliana, la gente ride. Un legame storico c’è: il cannolo nasce in un convento di Caltanissetta, la pasta reale pure, le tette delle monache, la Sfincia di San Giuseppe. L’unica cosa che non si capisce, anche nella religione, è perché diavolo quando una cosa è buona in realtà sia un male. La realtà è che le prescrizioni, a cominciare dai Comandamenti, vengono declassate a raccomandazioni. In fondo “Futti futti, Dio perdona a tutti”. È facile essere cristiani in Italia».
Da quali modelli nasce la tua comicità? La scena della processione è irresistibile.
«In primo luogo Fantozzi. Mi piacciono i personaggi comici che subiscono la vita, mi riconosco nell’uomo che cerca di rimanere a galla, nonostante le onde, cerca di essere come tutti, cerca di superare le difficoltà, ma poi ne arriva un’altra».
In questo film, come in quello sulla mafia, i bambini sono importanti.
«I bambini mi piacciono perché hanno uno sguardo puro, libero, sul mondo. Scoprono, cercano. Non devono difendere, devono esplorare. Devono capire un mondo che è inedito per loro. Il film comincia con un bambino italiano che nel 1982 prega Dio perché l’Italia vinca la famosa partita con il Brasile. Quando il match finisce, ringrazia Dio per aver accolto le sue preghiere. Ma subito si rende conto che certamente nello stesso momento un bambino brasiliano avrà fatto lo stesso e ora starà piangendo. “Perché io sì e lui no?”. Domande, il succo della vita. E, più modestamente, il succo di questo film».
1 aprile 2026
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