di
Stefano Agnoli
Stretto di Hormuz e Golfo non sono solo un punto di transito cruciale per il sistema dell’energia. Ecco come si trasmettono i rincari dell’energia sui vari settori dell’economia
Perché focalizzarsi solo su oil & gas non chiarisce a sufficienza la rilevanza globale dello Stretto di Hormuz e del conflitto in corso?
Il petrolio, sì, il gas naturale, certamente. Ma non solo. Dopo il primo mese di guerra l’opinione pubblica mondiale sta scoprendo a proprie spese che lo Stretto di Hormuz e il Golfo non sono solo un punto di transito cruciale per il sistema dell’energia, di per sé altamente sensibile sul ciclo economico, i prezzi e l’inflazione. Emerge con sempre maggior evidenza che petrolio e gas non sono le sole commodities strategiche che passano per lo Stretto, definibile come un vero e proprio corridoio industriale multicommodity. Nell’energia in senso più stretto bisogna considerare anche i gas di petrolio liquefatti (gpl) e gli altri combustibili raffinati; ma anche tutte le materie prime utilizzate dall’industria petrolchimica (i “petrochemical feedstocks”); poi l’elio, che serve per l’industria elettronica; infine, i fertilizzanti, da cui dipende l’industria alimentare.
Quali sono nel dettaglio i beni più a rischio, e in quale misura?
Partendo dall’energia, del petrolio e del gas si è abbondantemente riferito: in gioco ci sono circa 20 milioni di barili al giorno di greggio, pari al 20% del consumo globale di petrolio e al 30% di quello trasportato via nave. Per il gas si tratta anche in questo caso di circa il 20% del Gas Naturale Liquefatto (Lng) mondiale, quasi tutto dal Qatar. Nel caso del Gas di Petrolio Liquefatto (Gpl o Lpg) si calcola che all’incirca il 25-30% dell’export mondiale provenga dai Paesi del Golfo e nutra il consumo domestico e industriale principalmente di Cina, India, Corea del Sud e Giappone, ma anche di alcuni Paesi dell’Unione Europea (Belgio e Olanda). Non bisogna poi dimenticare i prodotti petroliferi raffinati, ovvero diesel, jet fuel e nafta, esportati dalle raffinerie locali: alcuni milioni di barili al giorno (3-4) questa volta più orientati verso l’Occidente piuttosto che l’Asia.
Quali sono gli impatti non strettamente energetici?
Principalmente sono tre i comparti più interessati: chimico, alimentare, elettronico. Il primo riguarda i cosiddetti “petrochemical feedstocks”, ovvero le materie prime di base – derivate appunto da petrolio e gas – da cui l’industria petrolchimica ricava le molecole per produrre plastiche, solventi, fertilizzanti, fibre sintetiche, prodotti per il packaging, l’elettronica e l’automotive.
Dal Golfo Persico, poi, passa all’incirca il 35-40% dell’offerta mondiale di fertilizzanti. La base è appunto il gas naturale, che lì è lavorato: viene “spaccato” per produrre idrogeno, che una volta combinato con l’azoto preso dall’aria atmosferica si combina in ammoniaca, a sua volta base per tutti i fertilizzanti azotati, come l’urea. Curiosamente, legata alla produzione di ammoniaca c’è anche la CO2 “industriale”, che si cattura come sottoprodotto del processo, e che viene utilizzata nell’industria alimentare per la gasatura di bevande o il confezionamento protettivo di alcuni alimenti.
È un “sottoprodotto” del gas naturale anche l’elio, che il Qatar produce in quantità pari a 60-65 milioni di metri cubi l’anno, pari a circa un terzo dell’output mondiale. Le sue proprietà fisiche lo rendono vitale nel raffreddamento dei superconduttori, e in medicina per le risonanze magnetiche, la diagnostica e la ricerca scientifica.
Perché, quindi, diventa sempre più rilevante la durata del conflitto?
Perché dopo un mese di guerra le interruzioni di forniture di beni energetici e non energetici non sono più solo ipotetiche, ma iniziano a diventare realtà. La prospettiva per i prossimi trimestri è di passare dalla fase di “shock di mercato” a quella durante la quale i vincoli operativi diventano sempre più stringenti e si propagano simultaneamente a diverse catene del valore: agricoltura, manifattura, trasporto, hi-tech, salute, ricerca, beni di consumo.
Perché il caso dei fertilizzanti è esemplare?
Perché per le caratteristiche dei cicli agricoli – come evidenzia il think-tank californiano Brg – l’effetto delle interruzioni nel Golfo potrebbe prodursi a distanza di qualche mese: l’acquisto dei fertilizzanti si verifica prima della stagione di semina. Quando i prezzi dei fertilizzanti schizzano al rialzo i coltivatori rispondono tagliando gli acquisti, piuttosto che farsene carico. Una reazione che qualche trimestre dopo si concretizza in raccolti di quantità inferiore. Un tema, quello della sicurezza alimentare, già in evidenza dopo l’invasione russa dell’Ucraina e che si prospetta drammatico specialmente per Paesi come Sudan, Yemen, Etiopia, Somali e Afghanistan.
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1 aprile 2026 ( modifica il 1 aprile 2026 | 09:43)
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