Amarezza per l’Italia sconfitta dalla Bosnia. Nel 2011 Baggio da presidente del settore tecnico Figc presentò uno studio monumentale per cambiare il sistema e coltivare talenti. Poi le dimissioni: «È rimasto lettera morta»

Il fragoroso fallimento dell’Italia, che per la terza edizione consecutiva, non parteciperà ai Mondiali, riaccende tutto: e se la risposta fosse già pronta, in 900 pagine dimenticate? Dopo l’ennesima delusione della Nazionale, il calcio italiano torna a interrogarsi su sé stesso. Eliminazioni, prestazioni opache, occasioni mancate: il copione si ripete e con lui anche la domanda più scomoda — cosa serve davvero per ripartire? E mentre il dibattito infiamma federazioni, studi televisivi e giornali, riaffiora un nome che pesa come una coscienza: Roberto Baggio. Il Divin codino è stato uno dei pochi ad aver provato a riscrivere davvero il futuro del calcio italiano. Un progetto monumentale, 900 pagine dense di idee, visione e metodo, presentato nel 2011 quando fu nominato presidente del Settore Tecnico della Figc su impulso di Giancarlo Abete e con il sostegno di Renzo Ulivieri.

Il contenuto delle 900 pagine

Un piano nato dopo un altro tracollo, quello del Mondiale 2010, con l’obiettivo di rifondare dalle fondamenta il sistema. Non un maquillage, ma una rivoluzione. Al centro, i giovani: un percorso formativo unico, condiviso a livello nazionale, capace di mettere tecnica, creatività e qualità individuale davanti all’ossessione per tattica e risultati immediati. L’idea era chiara: formare calciatori migliori, ma soprattutto persone migliori. Per farlo, Baggio immaginava una rete capillare di «scuole di abilità», un monitoraggio continuo dei talenti e una struttura moderna, informatizzata, in grado di raccogliere dati, partite, esercitazioni. Fondamentale anche la riforma degli allenatori: meno teoria, più campo, più attenzione allo sviluppo del talento rispetto alla vittoria della domenica. Un cambio di paradigma netto, ispirato ai modelli più avanzati d’Europa, da Barcellona ad Amsterdam. E ancora: scouting centralizzato, database nazionale, incentivi per valorizzare i giovani italiani, soprattutto in attacco, troppo spesso sacrificati. Un progetto ambizioso, costruito con il contributo di decine di esperti e pensato per incidere davvero.



















































Le dimissioni di Baggio: «È rimasto lettera morta»

Eppure, tutto si fermò. Il 23 gennaio 2013 Baggio si dimise, denunciando senza giri di parole lo stallo: «Non ci tengo alle poltrone. Il mio programma è rimasto lettera morta». Parole che suonano ancora oggi come un atto d’accusa. In un’intervista spiegò con amarezza: «Non mi è stato permesso di lavorare… Abbiamo presentato il progetto dopo ore di attesa, è stato approvato, ma i fondi non sono mai arrivati. È rimasto tutto sulla carta». Una rottura netta, che segnò uno dei momenti più emblematici dell’immobilismo del sistema.

Oggi, a distanza di anni e dopo nuovi fallimenti, quel piano torna al centro della scena. Non come nostalgia, ma come occasione mancata. Perché molte delle criticità attuali — carenza di talenti, difficoltà nella crescita dei giovani, identità tecnica smarrita — erano già state individuate allora. La sensazione è che il calcio italiano continui a cercare soluzioni lontano, quando forse basterebbe recuperare ciò che è stato ignorato. Quelle 900 pagine erano una direzione precisa, uno stacco netto. E oggi, più che mai, sembrano una strada ancora tutta da percorrere.

1 aprile 2026 ( modifica il 1 aprile 2026 | 13:43)