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“And I don’t want the world to see me/’Cause I don’t think that they’d understand/When everything’s made to be broken/I just want you to know who I am”: un ritornello, questo ritornello di Iris dei Goo Goo Dools , e via, giù dritti verso l’abisso del rimpianto trascinato dall’hashtag “Com’eri negli anni Novanta?”. La malinconia è il format social del momento; ricordare e ricordarsi come si era nelle fattezze, nel modo di vestire e di posare davanti all’obiettivo, il pretesto per raccontare se stessi in un decennio evocato come l’ultimo di una storia sospesa tra passato remoto e futuro imminente.
La tendenza pare quella del rimpianto; l’intento quello di dimostrare anche con un pizzico di sicumera di essere stati testimoni di un’epoca invidiabile. Soli soli ci si rivolge la domanda di rito – “com’eri negli anni Novanta?” appunto – con la certezza che a qualcuno interesserà la risposta. Soli soli ci si dà una risposta che arriva (non richiesta) nella forma di un carosello volto all’autoincensamento, attraverso la riproposizione di foto analogiche, magari digitalizzate per l’occasione, in cui si è belli, giovani e gagliardi. Via libera, infine, alla sequela di “wow” espressi in svariate perifrasi utili per elogiare un fascino che, per carità, mica è andato perduto in questi trent’anni, sia mai.
Sono parecchi i personaggi del mondo dello spettacolo che hanno aderito alla commemorazione di se stessi e dell’epoca con qualche album ingiallito reso sfogliabile nella forma di reel. Da Sharon Stone a Drew Barrymor, da Brooke Shields a Brian Austin Green fino alle “nostre” Alessia Marcuzzi, Simona Ventura, Lorella Cuccarini, la sensazione è che gli Anni Novanta siano rimasti qua a tutti, sul cuore che lacrima emozioni quando un oggetto torna di tendenza, la tv ripropone un vecchio spot o rispolvera vecchie trasmissioni e la notizia della scomparsa di attori simbolo di serie tv dell’epoca si apprende come un lutto personale.
La narrazione di un periodo che, però, così esposto rischia di essere tramandato solo come luminoso, pieno di idee, di entusiasmo e gioia di vivere. Come una serie di momenti ed eventi positivi che, se ci sono stati, è stato anche per controbilanciarne altri decisamente impegnativi dal punto di vista politico, culturale ed economico. Perché gli Anni Novanta sono stati anche faticosi, molto faticosi. E nell’encomio collettivo che si tributa al “come eravamo”, un accenno al “come stavamo” pure merita un posto nella storia.
Il ritorno del “Karaoke”: un programma che ha già dimostrato di non essere attualizzabileCome stavamo bene (ma anche male) negli Anni Novanta
Sono stati anni pieni di creatività e modernizzazione gli anni Novanta. In Italia la televisione scendeva nelle piazze e cantava il Karaoke con Fiorello, il “Made in Italy” diventava sinonimo di “fatto bene”, l’eleganza si battezzava nel nome di Giorgio Armani, mentre Gianni Versace alimentava il fenomeno glamour delle top model. Anche la comunicazione avanzava con la spinta dei primi cellulari che, da status symbol, iniziavano a diffondersi per dare l’idea di poter essere uno strumento per tutti.
Poi c’è pure da considerare il resto, però. Il lato cupo di un ottimismo che sgomitava tra scandali politici, violenze mafiose e una situazione economica tutt’altro che rosea. Le stragi di Capaci, Via D’Amelio, Via dei Georgofili; Tangentopoli che rivelò un sistema di corruzione e finanziamento illecito ai partiti e decretò la sfiducia verso la classe politica; la svalutazione della lira che indusse ai tagli alla spesa pubblica con conseguenze pesanti per le tasche degli italiani, avviliti da una serie di accadimenti che minavano la serenità quotidiana.
Quindi ok, la “nostalgia, nostalgia canaglia” che risuona canticchiato dal pensiero di tutt’altro cantautorato rispetto ai Goo Goo Dolls, ma questi anni Novanta vanno pure pensati nel complesso che nel mazzo di rose e fiori aveva pure belle spine. Giusto per evitare l’illusione dell’effetto melenso di un periodo da eden che tale non è stato mai davvero.
Perché non esistono più le top model