di
Federico Fubini

«Bilanci fuori controllo, tutti vorranno più spesa militare. La Cina ora si presenta come il Paese affidabile. Xi vuole che lo yuan diventi valuta di riserva»

Nell’instabilità della guerra il dollaro si è rivalutato, ma poco. Non è più visto come bene-rifugio sicuro?
«Gli investitori stanno abbandonando tutte le valute. E’ davvero notevole, i tassi di interesse di mercato sono saliti in tutto il mondo — risponde l’economista di Harvard Kenneth Rogoff —. Di solito, se c’è una guerra o una situazione molto instabile nel mondo, mi aspetterei di vedere il rendimento dei titoli del Tesoro americani a dieci anni scendere dell’1,5%».

Invece è salito.
«Penso che gli investitori considerino tutte le obbligazioni nelle principali valute meno sicure di prima. L’Europa è in difficoltà, gli Stati Uniti e il Giappone anche. Vedo dei parallelismi con gli anni ‘70, per ora in misura moderata. Ma quasi tutti capiscono che ci saranno forti pressioni di spesa per la difesa, e per molto tempo. Non credo che qualcuno in questo momento consideri gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, particolarmente sicuri».



















































La Cina invece sembra approfittarne: con lo choc petrolifero molti vorranno le sue tecnologie verdi e cresce anche il suo prestigio politico, come potenziale garante di un accordo con l’Iran.
«Gli Stati Uniti hanno deciso di entrare in questa guerra. Se avessero ottenuto una vittoria netta e il regime fosse stato sostituito da un governo più moderno e aperto al mondo, sarebbe stato un grande successo di Donald Trump. Non sappiamo come finirà. Ma c’è una possibilità concreta che gli Stati Uniti ne escano piuttosto male, se dovessero lasciare con l’Iran che controlla ancora Hormuz. Sarebbe la più grande sconfitta dell’America dal Vietnam».

Che scenario avremmo?
«Sarebbe positivo per la Cina, è fuori discussione. La guerra non è ancora finita e tutto è possibile. Ma se anche gli Stati Uniti avessero una grande vittoria, mi andiamo sempre di più verso un mondo diviso. La Cina si presenterà agli altri governi come il Paese amico, quello che non invade ed è felice di commerciare con tutti. E immagino che molti siano sensibili a questo messaggio, anche in Europa».

Se Trump esce male dalla crisi e Pechino vede il suo ruolo nel Golfo crescere, imporrà comprare il petrolio in yuan invece che in dollari?
«Nel 2010, la Cina non concludeva nella propria valuta quasi nessuna transazione commerciale. Oggi, la metà. Tra cinque anni, l’80% sarà in yuan. E, certo, sta spingendo perché anche il petrolio si venda in yuan. È significativo che l’Iran chieda due milioni di dollari per lasciar passare le navi da Hormuz, ma pagabili in valuta cinese…».

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Dunque il peso dello yuan come valuta internazionale eroderà quello del dollaro?
«Xi Jinping ha detto in febbraio che vuole che lo yuan diventi una valuta di riserva. E se l’uomo al vertice della Cina dice che vuole che questo accada, ci vorranno forse 10 anni, ma accadrà».

Lei sembra pensare che l’esito di questa guerra deciderà del potere politico ed economico degli Stati Uniti nei prossimi anni.
«Certo. E del potere personale di Trump. L’unico Paese che finora ha davvero tenuto testa a Trump è la Cina. Se lo facesse anche l’Iran e ne uscisse continuando a controllare Hormuz, il presidente avrebbe grossi problemi a dire che abbiamo vinto. La gente non ci crederà. E questo avrà un peso sui dazi, nei casi davanti alla Corte Suprema, nei rapporti con il Congresso. E nelle elezioni di mid-term».

Non può giusto ritirarsi dichiarando vittoria?
«Non so cosa farà. Ma vuole il suo volto scolpito sul Monte Rushmore. Vuole essere considerato uno dei più grandi presidenti di sempre. Quindi abbiamo un animale selvatico in trappola e il suo comportamento può diventare davvero imprevedibile».

Per vincere non serve un’operazione di terra?
«Sì, ma allora dovrebbe fare una dichiarazione di guerra. Il problema è che se il Congresso gli concede poteri di guerra, se diventa una specie di dittatore, non sarebbe tenuto a indire elezioni. Avrebbe un potere incredibile».

Impossibile per ora fare previsioni economiche, ma lei cosa si aspetta per effetto della guerra?
«Credo che alla fine ci troveremo in un mondo più frammentato, qualunque cosa accada. Quando questa guerra si fermerà, la situazione potrebbe calmarsi per un po’, ma poi riesplode. Trump ha smosso un nido di vespe».

Quindi è prevedibile che ci sia anche un’ondata d’inflazione?
«Nel mio ultimo libro, l’anno scorso (L’impero del dollaro, Egea), la prevedevo fra cinque o dieci anni. Ora direi fra quattro o cinque anni. La politica di bilancio è fuori controllo in tutte le economie e sicuramente negli Usa. L’indipendenza della banca centrale è sotto attacco in America e ci sono le enormi pressioni ad aumentare la spesa militare. Tutti vorranno farlo, anche Paesi come l’Italia».

Come fa Trump a rassicurare sempre i mercati con poche parole, in questa guerra così fuori controllo?
«Le grandi banche e società finanziarie americane continuano a credere che esista davvero una via d’uscita facile e diretta da questa situazione. Pensano che gli iraniani vogliano un accordo e che questa guerra sarà come una grossa tassa, ma niente di più. Credo che ciò che sfugge loro siano le più ampie ramificazioni geopolitiche di tutto questo. Trump ha preso un equilibrio delicato e lo sta sconvolgendo»

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1 aprile 2026 ( modifica il 1 aprile 2026 | 23:24)