di
Cesare Zapperi
Il presidente della Regione Veneto: verifica attraverso l’identità digitale, tra 3 mesi il via
Alberto Stefani, dopo i recenti fatti di cronaca ha deciso di riprendere e rilanciare una proposta di legge sui limiti d’età nell’uso dei social. Perché?
«È una proposta di legge che avevo firmato da deputato, nello scorso ottobre, prima di dimettermi per candidarmi alla guida della Regione — risponde il presidente leghista del Veneto —. Propongo un blocco dell’uso di tutti i social network al di sotto dei 14 anni. Non sono contrario di principio al loro utilizzo, ne vorrei limitare l’abuso e il ricorso sconsiderato a uno strumento che espone i bambini e i ragazzini a contenuti violenti senza alcun controllo o limite».
Da che cosa nasce la sua iniziativa?
«Le notizie che ci arrivano dalla cronaca sono terribili (penso al fenomeno delle baby gang, per esempio) e sono il segno di un disagio crescente. Di fronte a questi fatti siamo obbligati a cercare di capire che cosa succede nella realtà virtuale».
C’è stato un fatto o una situazione che l’hanno spinta a scrivere la proposta di legge?
«Girando per il mio territorio, un giorno mi sono trovato in un parco, da sempre il luogo di maggiore aggregazione del paese, e ho visto decine di ragazzini che invece di giocare o discutere fra loro avevano gli occhi fissi sul cellulare nel silenzio più assoluto. Quell’immagine mi ha fatto capire che si è superato un limite».
Lei ha depositato la sua proposta di legge anche in Consiglio regionale e vorrebbe che fosse approvata per farla approdare in Parlamento come legge di iniziativa regionale. Quali sono i principali contenuti?
«Anzitutto, il divieto assoluto di utilizzare i social al di sotto dei 14 anni. E poi, il finanziamento di progetti di educazione all’uso delle reti per gli adulti (genitori, in particolare). Ma sono previste anche sanzioni per le piattaforme che non rispettano i limiti imposti dalla legge».
Perché mettere un limite a 14 anni?
«Mi pare l’età giusta per porre un limite minimo, anche sulla scorta di quello che è già stato fatto in altri Paesi. Ma se ne può discutere».
Come pensate di far rispettare quel limite?
«Attraverso la verifica dell’identità digitale. Se per accedere a una piattaforma devi indicare un documento d’identità o il codice fiscale il controllo è efficace. Poi, sappiamo che ci può essere il modo per aggirare l’ostacolo, ma il filtro funzionerebbe per la stragrande maggioranza dei ragazzi».
Chi gestisce i social non sarà molto contento.
«Posso immaginarlo, ma noi dobbiamo tutelare i nostri giovani. Si può aprire un confronto con le piattaforme, penso sarebbe di reciproco interesse. Ma è tema che toccherà al governo affrontare e gestire».
La sua proposta pare aver raccolto grandi riscontri. In pochi giorni le sono arrivati migliaia di messaggi di sostegno e incitamenti ad andare fino in fondo.
«Sono soprattutto i genitori a scrivere perché vivono sulla loro pelle il problema. Anche perché non è così semplice da affrontare. Come fai a vietare l’uso del cellulare a tuoi figli se tutti i suoi compagni lo utilizzano liberamente? È un tema intergenerazionale. Un neolaureato mi ha scritto: “Solo adesso mi rendo conto dei pericoli che ho corso da ragazzino. Forse allora sarei stato contrario al divieto. Adesso lo sposo in pieno”. E anche i nonni mi sollecitano ad andare avanti».
A monte, però, c’è anche il ruolo dei genitori. Non sempre fanno fino in fondo il loro dovere…
«Certo, il tema dell’educazione è fondamentale e ci si interroga tutti. Però non possiamo negare che oggi più di un tempo, proprio per questi strumenti, sia molto difficile fare il genitore. La legge può essere un mezzo per aiutarli. Ma per arginare questo fenomeno occorre uno sforzo sinergico di tutte le componenti della società».
Che tempi prevede per l’approvazione della legge?
«Intanto, sottolineo che il centrodestra è compatto nell’appoggiare la proposta. A brevissimo inizieremo il confronto con gli altri partiti per arrivare al via libera nel giro di due-tre mesi».
Non si arriva comunque un po’ tardi?
«Sicuramente questo tema andava affrontato prima. Per molto tempo si è creduto che i social fossero una novità positiva e non si sono colti i danni che avrebbero potuto fare, e hanno fatto, alle giovani generazioni. Ora è tempo di agire con coraggio per mettere un argine».
1 aprile 2026
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