Villa Gontero si trova a Cumiana, in provincia di Torino. Realizzato tra il 1969 e il 1971 dall’architetto Carlo Graffi e dall’ingegnere Sergio Musmeci per l’imprenditore Riccardo Gontero, l’edificio in cemento tocca il suolo nella parte centrale – in corrispondenza dell’ingresso principale – e si innalza, a quote differenti, alle due estremità. Sotto il porticato, una Saab 900 Turbo del 1981, parte della collezione dei padroni di casa. Foto Barbara Corsico per Living
Quando raccontano di Villa Gontero, Roberto Mazzilli e Fabian Nagel non partono dall’architettura. Partono da una storia di coppia, di scelte e di testardaggine. Si sono conosciuti quindici anni fa a Torino, Fabian è un designer belga, Roberto è torinese, con un passato nella ristrutturazione e nel restauro.
In mezzo c’è un filo rosso che torna spesso: le automobili. «Io ho lavorato nel car design, lui è appassionato. Abbiamo restaurato insieme diverse macchine», racconta Fabian. La stessa regola applicata ai motori – fedeltà all’originale, interventi minimi – diventa poi il metodo per affrontare il recupero di un’architettura brutalista unica nel suo genere. Villa Gontero entra nella loro vita nel 2015. Si trova a Cumiana, una zona tra collina e pianura a pochi chilometri da Torino, e Fabian capisce subito che non è una casa come le altre, ma è solo nel 2019 che riescono ad acquistarla. Nel frattempo è rimasta vuota per oltre quindici anni.
«Nel living c’erano infiltrazioni, parquet devastato, muffe. C’era persino un albero che cresceva sul tetto, l’urgenza era non farla collassare». Nonostante l’impresa sia quasi impossibile, i due capiscono immediatamente che ciò che stanno salvando non è solo un edificio, ma una delle architetture più radicali del secondo Novecento italiano. Progettata tra il 1969 e il 1971 da Carlo Graffi con l’ingegnere Sergio Musmeci per l’imprenditore del cemento Riccardo Gontero, nasce nello stesso clima sperimentale che li aveva visti collaborare con Carlo Mollino, in particolare al Teatro Regio di Torino. Un team d’eccellenza che mette a punto un’infrastruttura abitabile caratterizzata da due grandi solette in cemento armato, sfalsate e a gradoni, che racchiudono il volume domestico come in una morsa gentile.
I lavori durano circa un anno e mezzo, le priorità sono chiare: tetto, impianti, risanamento. Viene aperto un varco tra cucina e sala da pranzo e ampliato l’ingresso, per il resto vige un patto: toccare il meno possibile. Fabian e Roberto fanno tutto da soli, senza architetti. Non per diffidenza, ma perché questa casa non chiede interpretazioni, chiede ascolto.
All’ingresso, poltrone Anni 70 Wassily di Marcel Breuer, Gavina; tappeto Penelope di Eirini Giannakopoulou per Mustras. Foto Barbara Corsico per Living
Dove possibile, restano le finiture originali: travertino, sedute integrate, parquet, piastrelle blu, oblò, infissi arancio. Per il living scelgono un rivestimento in cocco intrecciato (il parquet era irrecuperabile). Anche gli arredi seguono la stessa logica: pezzi selezionati con cura nel tempo, tra vintage e seconda mano, coerenti con l’architettura.
La geografia interna è una sequenza di livelli sfalsati: pochi gradini alla volta, un crescendo continuo. In cima, la camera padronale occupa tutta la larghezza della casa e si affaccia su piscina e parco. Ne valeva la pena? Per Roberto la risposta è il salone, per Fabian è la camera da letto con vista panoramica. Da fuori può sembrare «fredda, un’astronave di cemento», ma dentro è luminosa, accogliente, inaspettatamente preziosa. Il luogo della convivialità è il deck verso la piscina: ombra, barbecue, pranzi estivi.
L’isola centrale in acciaio risale agli Anni 70, mentre gli altri arredi della cucina sono di seconda mano; piastrelle blu e infissi arancio originali. Foto Barbara Corsico per Living
Il futuro lo stanno ancora immaginando: «Un’associazione culturale, piccoli concerti nel giardino, forse un raduno di auto d’epoca, un concorso d’eleganza Anni 70 che dialoghi con l’architettura».
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