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Alessandro Fulloni, inviato, e Luca Pernice

La procuratrice: la segnalazione dal Centro antiveleni di Pavia

«Abbiamo ricevuto un alert verbale dal Centro antiveleni di Pavia. Cosa diceva? “Attenzione: nei corpi delle due donne possono esserci tracce di una sostanza potenzialmente velenosa”. Dopo questa segnalazione è stato deciso di trasferire il fascicolo dell’indagine dalla Procura di Campobasso, inizialmente titolare, a quella di cui sono responsabile, a Larino. Gli sviluppi dell’inchiesta? Per stabilire i prossimi passi attendo l’arrivo delle risultanze delle due autopsie e la relazione da parte dello stesso Centro antiveleni. Poi vedremo». 

È cauta e circospetta Elvira Antonelli, la magistrata che dirige l’ufficio della pubblica accusa di Larino, comune di ottomila abitanti a due passi da Campobasso. È lei la titolare dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, 15, rispettivamente lo scorso 27 e 28 dicembre. 



















































Si pensava a una semplice intossicazione alimentare, come si era ipotizzato nei giorni immediatamente successivi al Natale. Ma da lunedì l’indagine ha preso una piega tutta diversa: l’ipotesi è che le due donne siano state uccise, avvelenate con la ricina, sostanza letale ricavata dal seme del ricino, una pianta ornamentale tra l’altro usata, ai tempi della Guerra fredda, dai servizi segreti dell’Est per eliminare in tutta Europa dissidenti e oppositori. 

Un sospetto pesantissimo che gli inquirenti hanno forse avuto sin dall’inizio, da quando Antonella e Sara si spensero all’ospedale di Campobasso, la struttura dove entrambe, dopo essersi sentite male, si erano rivolte per aver assistenza e dove cinque medici sono indagati per omicidio colposo. Sebbene Antonelli non lo confermi, il fascicolo sul suo tavolo è stato aperto per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti. Le richieste che gli inquirenti di Campobasso mandarono agli specialisti che hanno condotto le autopsie (i cui esiti sono attesi tra pochi giorni, se non poche ore) tratteggiano i loro dubbi.

Non c’è solo da chiarire se da parte dei dottori, che restano sotto inchiesta, siano state «violate regole con particolare riferimento a eventuali linee-guida e best practices clinico-aziendali», quelle che forse avrebbero dovuto far scattare il ricovero immediato, invece di rinviarlo più volte. Il punto chiave è in queste parole degli investigatori: ovvero «se terzi soggetti da individuare compiutamente abbiano tenuto condotte omissive oppure — e questo è il nodo — commissive». Ovverossia dolose.

Un delitto pianificato, dunque. Ma da chi? E perché? Al centro delle nuove ombre investigative ci sono le analisi effettuate dall’Istituto Spallanzani di Roma dove Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, era stato ricoverato per un malore all’indomani di una cena in famiglia all’antivigilia di Natale. Analisi che non avrebbero rilevato — stando sempre all’alert vocale inviato dal Centro di Pavia, punto di riferimento, presso la Fondazione Maugeri, per ciò che riguarda la tossicologia e per questo interpellato dalla Mobile di Campobasso — tracce di ricina nel suo sangue. Per questo è stato chiesto che i campioni vengano riesaminati.

Gli investigatori diretti da Marco Graziano sono al lavoro per capire chi abbia potuto procurarsi la ricina — forse sul dark web vista la difficoltà di trovare il veleno — e in che modo siano state avvelenate le due donne, probabilmente nella casa di famiglia a Pietracatella. Proprio in questo borgo di 1.200 anime sarebbe stato commesso l’eventuale delitto e questo spiega il trasferimento del fascicolo. 

Con ogni probabilità saranno di nuovo sentiti il padre (un commercialista, ex sindaco del paesino) e sua figlia Alice, 19 anni, secondo la prima ricostruzione dei fatti l’unica scampata alla presunta intossicazione alimentare perché quella sera aveva cenato fuori. Tra i bar del borgo si mormora di dissidi familiari, e poi c’è chi, come la cognata dell’ex sindaco adombra, a TgCom, un’ipotesi inquietante: «Forse volevano uccidere tutta la famiglia» .

Ma i medici indagati? I legali ora puntano a far definitivamente cadere le accuse nei confronti dei loro assistiti. Parla di un «qualcosa che è avvenuto prima dell’arrivo in ospedale e forse neanche combattibile in Pronto soccorso — osserva uno dei legali, Domenico Fiorda —. Dunque i dottori non hanno responsabilità». «Quella tipologia di avvelenamento — aggiunge Fabio Albino, anche lui legale di uno dei cinque — non si poteva scoprire al ricovero, quindi ci aspettiamo una archiviazione».

1 aprile 2026