di
Guido Olimpio

Un roteare di propositi, obiettivi proclamati e cambiati, ordini e contrordini. Ma alla fine c’è anche lo scenario di una missione lasciata a metà

Donald Trump è come una pallina da flipper sulla mappa del mondo. Rimbalza dal Medio Oriente al Venezuela, dall’Ucraina a Cuba, dalla Nato al Golfo Persico. Un roteare di propositi, obiettivi proclamati e cambiati, ordini e contrordini. Che alla fine confondono al punto che non si comprende quali siano e se nascondano dei diversivi. La crisi iraniana è indicativa

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Quando è esplosa la rivolta popolare, il presidente ha gridato ai giovani iraniani «stiamo arrivando», ma il tema è finito nelle retrovie sostituito dall’annuncio di disegni ambiziosi: cambio di regime e stop al programma nucleare degli ayatollah. Almeno questi erano i due punti cruciali all’inizio di Epic Fury. Si sono aggiunti in corsa gli scenari di azioni terrestri sulle isole (Kharg o Abu Musa), i blitz per mettere sotto controllo i centri atomici, mosse per liberare Hormuz e minacce di cancellare ogni infrastruttura della Repubblica islamica.

Lunedì il segretario di Stato Marco Rubio, nelle vesti di portavoce, ha indicato quali erano le mete prefissate prima della guerra e ciò che è stato conseguito: distruzione dell’aviazione e della Marina, riduzione sostanziale delle capacità missilistiche e messa fuori uso delle fabbriche (belliche). Nessuna traccia, in questo «manifesto», del cambio di regime. Anche se Trump ha offerto la sua personale interpretazione: la svolta in realtà c’è stata perché sono stati eliminati molti dirigenti, compreso Ali Khamenei.

Il premier israeliano Bibi Netanyahu non si è discostato troppo dalla linea americana sostenendo che è stata spazzata via l’industria militare e neutralizzato il settore atomico. Ma ha anche aggiunto che la tabella di marcia è ancora a metà del percorso, lasciando aperta la porta ad altri colpi. Pesanti, non solo in territorio iraniano. È stato di nuovo The Donald a insistere sulla questione atomica: le settimane di strike — dice — hanno bloccato ogni capacità dei pasdaran di arrivare alla Bomba.

Il quadro è più complesso, su alcuni aspetti è difficile valutare quanto le tonnellate di esplosivo abbiano devastato gli apparati della Repubblica islamica. Partiamo dall’ultimo tassello del mosaico, quello nucleare. I laboratori sono stati di nuovo centrati, probabili altri danni ma resta il cuore, ossia gli oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito, una delle componenti decisive per sviluppare l’ordigno. 

È opinione dell’Aiea che il materiale sia all’interno di un deposito sotterraneo, magari non accessibile nell’immediato perché gli ingressi sono coperti da macerie, però con il tempo gli ingegneri iraniani potrebbero recuperarlo. Trump, martedì, ha sottolineato invece che sia per chiunque difficile entrarne in possesso in quanto è «troppo in profondità».

L’altro settore chiave è rappresentato dai missili. I pasdaran, secondo molte fonti, ne tirano meno ma sono riusciti a mantenere una buona capacità: le esplosioni sull’altra sponda del Golfo e in Israele ne sono una conferma. Il problema è che esistono valutazioni contrastanti sull’ampiezza delle scorte dei Guardiani.

Meno dubbi sui danni inflitti alle infrastrutture militari e civili iraniane: appaiono ampi. Così come sull’alto numero di militari eliminati. Il Comando centrale Usa ha comunicato di aver preso di mira un totale di 12.000 target (erano 11 mila quelli indicati sabato) mentre è noto, per contro, l’alto consumo di intercettori da parte del Pentagono, di Israele e degli alleati nel Golfo. Perché, oltre ai missili, arrivano schiere di droni-kamikaze.

La missione non è finita, lo ha ammesso Netanyahu che al tempo stesso ha evocato la dottrina della guerra permanente ed è deciso ad andare avanti contro l’Hezbollah in Libano, minaccia più vicina per lo Stato ebraico e per questo sfruttata da Teheran, pronta a rilanciare — forse — la sfida degli Houthi in Mar Rosso. 

Trump, invece, ha prospettato una soluzione intermedia: fine di Epic Fury con la possibilità di rientrare nel conflitto con «attacchi mirati». Una missione lasciata a metà — non è la prima —, un’opzione per tirarsi fuori mantenendo, allo stesso tempo, margini di manovra e sperando in qualche svolta negoziale. Questo gli permetterebbe di conservare una pressione ma anche cercare vie d’uscita. Il problema è che non dipende solo dalle sue scelte. Dall’altra parte ci sono i pasdaran, convinti di poter andare avanti «per mesi», specie se riusciranno a usare il ricatto di Hormuz. Tra le molte proposte c’è l’idea di una tregua in cambio della libera navigazione nello Stretto.

2 aprile 2026 ( modifica il 2 aprile 2026 | 12:43)