L’ex fantasista lo aveva presentato nel 2011 dopo l’eliminazione degli Azzurri al Mondiale in Sudafrica: parlava di strutture sportive adeguate, centri federali, database, scouting su basi non solo fisiche….
Giornalista
2 aprile 2026 (modifica alle 14:29) – MILANO
I nostri ricordi azzurri di Roberto Baggio sono inevitabilmente legati al Mondiale 1994 negli Usa. Il 5 luglio, al Foxborough, la Nigeria ci stava per eliminare agli ottavi. Eravamo in 10 per il rosso a Zola. Il Divin Codino pareggiò a due minuti dalla fine, poi realizzò il rigore che ci mandò avanti. Quel dischetto che invece divenne il suo incubo 12 giorni dopo a Pasadena, con l’errore in finale contro il Brasile che sancì il trionfo dei verdeoro. “Me lo porterò dentro sempre”, disse. Quasi sentisse ancora il peso di quella palla finita sopra la traversa, Roby anni dopo si era preso un’altra responsabilità (già, perché bisogna avere gli attributi per tirarli i rigori in quelle circostanze): cercare di rimettere in sesto il calcio italiano. La sua non era la tipica proposta qualunquista, un sommario repulisti, il “facciamo tabula rasa” che può anche servire, ma che deve avere alle spalle dei progetti concreti. Il suo “Rinnovare il futuro” lo era, un plico di 900 pagine – a cui avevano lavorato 50 persone – studiate nei minimi particolari, un piano dettagliato per rilanciare il movimento. Non venne nemmeno preso in considerazione.
il progetto—
Baggio raccontò anni fa che “quando lo presentammo ci fecero fare 5 ore di anticamera per poi lasciarci parlare 15 minuti”. In quelle pagine si puntava come uno dei punti cardine sull’esigenza di dotarsi di “strutture sportive adeguate, un centinaio di centri federali”. Poi a una raccolta dati, al monitoraggio a livello periferico, alla formazione di istruttori federali che avessero una laurea, un passato professionistico e buone qualità educative. E alla creazione di un gruppo di studio permanente (ricercatori federali e stagisti universitari) in costante contatto con gli uomini di campo. Già allora Baggio aveva capito come stesse cambiando (in peggio) il metodo di allenamento per i più piccoli, cosa che anche oggi in tantissimi sottolineano, ovvero l’esasperata attenzione dedicata alla tattica invece che alla tecnica, tesi sostenuta anche da Massimo Mauro nell’intervista alla Gazzetta. L’ex bianconero puntava su un rapporto continuo con la palla. Tutti i giovani andavano sottoposti a “test misti, fisici e tecnici, perché quelli solo fisici sono totalmente avulsi dal contesto di gioco”. Il tutto si poteva riassumere in poche parole: individuazione e crescita del talento. Con – e qui si vede come Roby era già avanti rispetto ai tempi – l’informatizzazione del tutto. Era il 2010, l’Italia era stata eliminata dal Mondiale in Sudafrica chiudendo all’ultimo posto il gruppo con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Eppure eravamo ancora lontani dal disastro di tre Mondiali consecutivi visti in tv. Sarebbe poi arrivato quello del 2014 in Brasile. Anche lì non passammo la fase a gironi, eliminati dall’Uruguay. L’ultima partita a eliminazione diretta degli Azzurri in una Coppa del Mondo resta ancora oggi la finale del 2006 a Berlino. Bene che vada, quando disputeremo la prossima saranno passati 24 anni… Eppure quel progetto divenne carta straccia.

scouting—
La missione di Baggio era ridare centralità alla formazione tecnica, ma anche morale, dei giovani calciatori, per arrivare a un nuovo sistema di scouting sul territorio e alla rivisitazione dell’attività formativa dei settori giovanili. Il ruolo del settore tecnico doveva prevedere una supervisione capillare di tutto il territorio, con la divisione in 100 distretti, con 3 allenatori federali ciascuno. Con l’obiettivo di “visionare 50.000 partite l’anno, interagendo quotidianamente con i settori giovanili per poi creare un grande database multimediale: esercitazioni, test e partite filmate e catalogate”. Non se ne fece nulla.

parole—
All’epoca, ovvero dal 4 agosto del 2010, dopo il flop del Mondiale sudafricano, Baggio era stato nominato presidente del Settore Tecnico della Figc perché aiutasse quella ricostruzione di cui si sentiva fortemente bisogno. “A dicembre dello scorso anno abbiamo consegnato alla Figc il progetto su cui stavo lavorando, ovvero la formazione dei formatori – spiegò Baggio -. Alla luce della mia esperienza nel calcio, infatti, ho capito che la filiera che parte dal vertice e arriva alla cura dei giovani del nostro calcio, non poteva prescindere da un discorso sulla modernizzazione del settore tecnico. Ma sono passati dieci mesi e sono ancora in attesa di una risposta. E non nascondo di essere anche un po’ deluso. I fondi sono stati stanziati, ma finora è stata fatta solo un’iniziativa in Toscana, gratuita e riuscita molto bene, a cui hanno partecipato diversi club come Pisa e Pontedera. Poi più nulla. Veti politici? Non lo so, non voglio entrare in merito. Stavolta, però, i club non c’entrano nulla”. E poi ancora, dopo le dimissioni: “Ho provato a esercitare il ruolo che mi era stato affidato, non mi è stato consentito e non sono più disposto ad andare avanti. Ho lavorato per rinnovare la formazione dalle fondamenta, creare buoni calciatori e buone persone. Ho presentato il mio progetto nel dicembre 2011, 900 pagine, ed è rimasto lettera morta. Non amo occupare le poltrone, ma fare le cose, quindi a malincuore ho deciso di lasciare”. Quando gli chiesero se il suo fosse un addio definitvo, rispose così: “Amo il calcio e il mio Paese. Sono disponibile per qualunque iniziativa per il bene dello sport”. Chissà che quelle 900 pagine non possano tornare d’attualità.
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