di
Luigi Ippolito
Londra, summit di 35 Paesi per sbloccare lo Stretto. Il premier: interesse nazionale legarci alla Ue
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Una sorta di «flotta dei volenterosi» a guida britannica per riaprire lo Stretto di Hormuz, sul modello della coalizione messa in piedi da Londra e Parigi a sostegno dell’Ucraina: è ciò che prende forma oggi in una riunione virtuale di 35 Paesi presieduta da Yvette Cooper, la ministra degli Esteri del Regno Unito.
Non si tratterebbe di una missione nella cornice della Nato, perché vi parteciperebbero anche Paesi al di fuori dell’Alleanza Atlantica, e verrebbe dispiegata solo dopo un cessate il fuoco nel conflitto che oppone gli Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro: ma l’idea ha subìto una brusca accelerazione dopo le minacce di Donald Trump, che ha fatto intendere che potrebbe mettere fine alle ostilità anche senza assicurarsi la riapertura di Hormuz, chiuso di fatto dagli iraniani, e ha ingiunto a Paesi come la Gran Bretagna di «andarsi a prendere il loro petrolio».
I vertici militari di diverse nazioni si incontreranno in questi giorni per esaminare le opzioni sul tavolo: si parla di scorte navali alle petroliere in transito, di operazioni di ripulitura dalle mine e di altre azioni difensive nei confronti di possibili minacce iraniane. Già Paesi come la Francia, l’Olanda e gli Stati del Golfo stanno discutendo di quali unità navali mettere in campo.
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha spiegato ieri in una conferenza stampa che l’obiettivo è «rendere lo Stretto accessibile e sicuro dopo che i combattimenti saranno cessati». Dunque i colloqui di oggi serviranno a «valutare tutte le misure politiche e diplomatiche percorribili per restaurare la libertà di navigazione, garantire la sicurezza di navi e marinai e riprendere il movimento di beni vitali».
Attraverso lo Stretto di Hormuz passa circa il 20% delle forniture di petrolio e gas mondiali: la sua chiusura sta causando uno choc energetico globale al quale la Gran Bretagna è particolarmente vulnerabile, perché Londra dipende in larga parte dalle importazioni per soddisfare il suo fabbisogno.
Inizialmente i Paesi europei avevano respinto le richieste di Trump di inviare navi nel Golfo, perché non volevano essere coinvolti in un conflitto che non condividono: ma la gravità della crisi economica che si prospetta e le repentine oscillazioni dell’amministrazione americana, che rovescia quotidianamente insulti sugli alleati, hanno indotto a un drastico cambio di rotta.
Starmer ha tuttavia fatto presente a tutti che l’operazione «non sarà facile», perché «non possiamo presumere che una de-escalation del conflitto porterebbe necessariamente allo stesso tempo a una riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz». Mettere assieme una coalizione navale in fretta e furia è complicato anche dal fatto che i diversi Paesi potrebbero fornire unità molto disparate fra loro e di difficile coordinamento.
Nel frattempo però il governo britannico, pur continuando a ripetere che non intende farsi coinvolgere nel conflitto, ha già schierato un sostanziale dispositivo militare nel Golfo. Circa mille soldati sono stati inviati nella regione, una squadriglia di jet Typhoon è stata dislocata in Bahrein e sistemi anti-missili e anti-droni collocati in Arabia Saudita e nei Paesi limitrofi. Aerei ed elicotteri della Raf continuano a effettuare «missioni difensive» sui cieli di Cipro, Giordania, Bahrein, Qatar ed Emirati, mentre l’artiglieria è in piena attività nell’abbattimento di droni provenienti dall’Iran.
Ma è tutto il quadro geopolitico che è stato messo rapidamente in movimento dalla guerra in Medio Oriente e soprattutto dalle minacce di Trump di disimpegno dall’alleanza occidentale: non è un caso dunque che sempre ieri Starmer abbia detto che la Gran Bretagna si muoverà con rapidità e decisione in direzione di un riavvicinamento all’Europa e all’Unione europea. «È sempre più chiaro — ha osservato il premier britannico — che col mondo avviato lungo questo sentiero volatile il nostro interesse nazionale richiede una partnership più stretta con i nostri alleati in Europa e nell’Unione europea».
L’obiettivo è quello di mettersi la Brexit alle spalle e arrivare al summit britannico-europeo di inizio estate con l’ambizione di «costruire una più stretta cooperazione economica e di sicurezza». Anche su questo terreno ci sono però molte diffidenze da superare, soprattutto da parte di Bruxelles che non intende concedere a Londra un trattamento privilegiato.
2 aprile 2026 ( modifica il 2 aprile 2026 | 10:49)
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