Sui mercati si era creata l’attesa di un annuncio sulla fine della guerra: delusione. Le aspettative su una svolta erano legate anche alla solennità del «discorso alla nazione». Mercoledì sera per la prima volta Trump si è deciso a spiegare agli americani perché le loro forze armate stanno combattendo in Iran. Finora lo aveva fatto in modo frammentato, disordinato, con brevi proclami sui social o caotiche conferenze stampa, accumulando contraddizioni e incoerenze. Mercoledì sera ha parlato di una guerra che sta andando bene sul fronte militare perché ha intaccato in modo sostanziale la capacità bellica del regime degli ayatollah, ma non al punto da poter cessare subito. Continuerà ancora per due o tre settimane, o forse di più: finché Teheran non sarà più in grado di nuocere. Di nuocere a chi?

Un tema interessante nel discorso di ieri sera riguarda gli alleati. Trump continua a disprezzare gli europei anche se non ha rilanciato la minaccia di uscire dalla Nato. Ha però incluso negli obiettivi della guerra la sicurezza di Israele e dei paesi arabi. Questi ultimi, in particolare quelli che si affacciano sul Golfo, sono minacciati quanto Israele e sono produttori di energia. Metterli al riparo dagli attacchi iraniani significa anche riportare alla normalità i mercati energetici e gli approvvigionamenti di petrolio e gas, cosa di cui alla fine beneficeranno anche altre parti del mondo, dall’Europa all’Estremo Oriente.



















































Chi comanda a Teheran ha deciso che il discorso di Trump è irrilevante. Ayatollah e Guardie della rivoluzione islamica – che hanno ripreso condanne a morte ed esecuzioni di oppositori proprio in questi giorni – pensano che il presidente non sia credibile. Si fidano di più della versione che prevale su molti media americani: danno questa guerra per persa, dal primo giorno. Da una parte perché è un conflitto impopolare, deciso e guidato da un presidente impopolare. Dall’altra perché è una guerra costosa, in tutti i sensi: al costo diretto che il Pentagono deve farsi finanziare dal contribuente americano, ai costi più estesi e ramificati che la crisi energetica infligge all’economia globale. Nei loro bunker sotterranei, i capi del regime iraniano leggono il New York Times, il Washington Post, il Financial Times e The Economist, e si sentono confortati: questi media la pensano come loro. Quel che dice Trump, al confronto, gli sembra un cumulo di bugie e propaganda.

C’è qualche voce fuori dal coro, negli Stati Uniti. Vi riassumo, parafrasandolo, l’editoriale del Wall Street Journal secondo cui mercoledì sera Trump ha articolato quelle ragioni della guerra che avrebbe dovuto esporre fin dall’inizio. Il punto centrale: questa guerra non si chiuderà finché l’obiettivo non sarà raggiunto. L’argomento più solido resta quello della deterrenza nucleare: impedire a un regime radicale di dotarsi dell’arma atomica. Si può discutere sull’imminenza della minaccia. Ma sarebbe ingenuo pensare che la leadership iraniana non persegua sia la bomba sia i vettori per colpire lontano. Prima o poi qualcuno doveva fermarla. Trump ha deciso di farlo, laddove altri presidenti e leader occidentali avevano esitato. Nel suo discorso c’è anche un messaggio politico rivolto agli alleati. Il presidente ha riconosciuto il ruolo di Israele e dei Paesi arabi del Golfo, assicurando che Washington non li lascerà esposti. È un segnale importante, soprattutto per quelle monarchie che già subiscono ritorsioni iraniane. Potrebbe spingerle a un coinvolgimento più attivo. Trump ha evitato di riaprire il fronte polemico con la Nato ma ha lanciato un avvertimento all’Europa e agli alleati asiatici, fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo: la sicurezza dello Stretto di Hormuz è anche una loro responsabilità. Non possono restare spettatori. Nessuna apertura, per ora, a un cessate il fuoco. Ha indicato una prosecuzione dei bombardamenti lasciando intravedere un possibile salto di intensità.

 La minaccia è esplicita: colpire l’intera infrastruttura a cominciare dal petrolio e dall’energia elettrica. Una scelta che comporta rischi evidenti, perché potrebbe alienare il consenso della popolazione iraniana che Washington vuole conquistare. Il discorso serve a correggere la percezione di un presidente ansioso di uscire rapidamente dal conflitto. Trump ha cercato di rassicurare sul fronte interno, sostenendo che l’aumento dei prezzi della benzina sarà temporaneo e giustificato dall’obiettivo di neutralizzare la minaccia iraniana. Può darsi che sottovaluti le difficoltà di riaprire rapidamente lo Stretto di Hormuz, ma non dà alcun segnale di voler accettare uno status quo con Teheran in posizione dominante.
Nel complesso l’editoriale del Wall Street Journal giudica efficace il discorso di mercoledì. Ma non è certo del risultato. «Resta da vedere se saprà mantenere la stessa determinazione, abbastanza a lungo perché venga compresa – e temuta – dai diversi interlocutori a cui era rivolta, dentro e fuori gli Stati Uniti». A Teheran sono già convinti del contrario. Leggono altri giornali americani. «Leggono» anche la storia degli Stati Uniti: che non hanno mai perso una guerra militarmente, ma ne hanno perse varie sul fronte interno, per mancanza di consenso tra i propri elettori. Quello è un problema che le Guardie islamiche non hanno, o non credono di avere.

2 aprile 2026, 17:00 – modifica il 2 aprile 2026 | 19:46