Pensa di avere più punti di contatto o di scontro con il suo Cristiano?

«Credo che quello che ci unisca maggiormente sia il pragmatismo, poi come figure paterne siamo estremamente diverse. Ma non perché lui è un padre divorziato e io no. Diciamo che abbiamo un concetto differente di cosa voglia dire essere presenti per i propri figli».

Allora, ci spieghi il suo.

«Per me, sono la priorità assoluta. Al centro ci sono loro e nient’altro. Se dico a mio figlio che lo accompagnerò alla partita, che sarò alla sua recita, può star certa che io farò di tutto per esserci, per dimostrare loro che possono contare su di me».

Con il suo lavoro, le trasferte, gli orari del set, ci riesce sempre comunque?

«No, ovviamente. E, infatti, credo che i miei figli ne abbiano risentito. Soprattutto la più piccola che è nata mentre giravo Il Paradiso delle Signore, che mi teneva occupato dalle 8 alle 19 quasi ogni giorno. Ci ha messo due anni per chiamarmi papà, proprio perché mi vedeva solo la sera. Credo che, per un po’, mi abbia percepito come una comparsa nella sua vita. Però, proprio perché con il mio lavoro non posso fare altrimenti, cerco di compensare: devo essere sempre presente nei momenti per loro importanti, come le recite, i saggi, le partite. Non voglio che vivano quella sensazione di guardarsi intorno, riconoscere i genitori di tutti gli altri e non trovare i propri».

È un modello genitoriale che ha appreso dal suo padre?

«Mio padre è nato nel 1950, è grande esempio per me, ma siamo di due generazioni completamente diverse e abbiamo due modi diversi di stare accanto ai nostri figli. Credo che quelli della mia generazione stiano provando a migliorare quegli aspetti che trovavano un po’ problematici: cerchiamo di stare molto più vicino ai nostri figli, di essere più complici. Anche se, per me, è importante che capiscano che la vicinanza non deve tradursi in nient’altro: i ruoli devono essere ben definiti, io sono il padre, loro i figli, non siamo amici».

Cosa ha imparato di sé diventando padre?

«Ho capito di avere una forza incredibile, ma soprattutto ho imparato che posso essere anche tanto paziente: una dote che non avevo affatto, ma che sto imparando a costruire piano piano».

Anche lei, come sua figlia Nicole nel film, ha vissuto il passaggio dall’infanzia alla vita adulta in maniera così complicata?

«Nicole si ammala di bulimia nervosa e, soprattutto nel primo periodo, vive quella che i medici chiamano “luna di miele”, quella fase illusoria in cui non solo si pensa di avere controllo sulla malattia, ma anche che sia un modo per poter gestire ciò che porta stress e sofferenza nella propria vita. Io non ho vissuto niente di simile, ma anche per me l’adolescenza è stato un passaggio critico. I genitori ti sembrano improvvisamente “vecchi” e lontanissimi, tu senti di avere in pugno il mondo e le parole degli amici valgono più di qualsiasi altra cosa. Quindi, fai stupidaggini ed errori. Solo quando cresci ti rendi conto che tuo padre aveva ragione e tu ti sei comportato in maniera stupida».