di
Simone Canettieri

Le mosse per rifondare «un asset» economico e sociale. Si cercherà di capire se ci sono «inadempienze gravi nei bilanci della federazione»

Un messaggio nella notte della grande delusione azzurra ha rotto gli indugi: «Ora una scossa». Martedì tarda serata, Giorgia Meloni davanti alle notizie che rimbalzano dallo stadio Bilino Polje di Zenica scrive al ministro dello Sport Andrea Abodi: «Va affrontato il tema calcio, serve una svolta». La premier, come il resto del Paese, è amareggiata (eufemismo) per l’ennesima non qualificazione dell’Italia ai mondiali. Con il titolare dello Sport discute delle prime mosse «urgenti».

Le dimissioni del presidente della Figc Gabriele Gravina sono per il governo «un atto dovuto, in quanto la situazione è ormai insostenibile». Non è un referendum, ma una decisione corale. Deve essere facilitata perché tutti la chiedono: dal Parlamento, in maniera trasversale, fino ai bar di periferia.
La notte non porta consiglio, perché la decisione è stata già presa. Tuttavia l’input deve arrivare dal diretto interessato e poi deve muoversi, per un eventuale commissariamento, il Coni. Di prima mattina, mercoledì, Abodi verga una nota durissima: «È evidente a tutti che il calcio italiano va rifondato e che questo processo debba ripartire da un rinnovamento dei vertici della Figc». Se non è un avviso di sfratto nei confronti di Gravina questo…



















































Il governo vuole le sue dimissioni e spinge per il commissariamento della federazione. Ieri mattina il presidente del Coni Luciano Buonfiglio, in un’intervista al Corriere, frena davanti all’ipotesi commissario. L’uscita non piace a Palazzo Chigi. Per Meloni e Abodi non si tratta di invadere l’autonomia dello sport, ma di dare una svolta radicale a «un asset» economico e soprattutto sociale, con ricadute sulla sicurezza e anche sugli investimenti delle infrastrutture.

Un milione e mezzo di tesserati in meno resta un dato che colpisce la presidente del Consiglio, spia di un problema che va ben oltre la figuraccia rimediata dalla squadra guidata da Rino Gattuso.

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Battuta che circola nelle stanze del governo: non si possono continuare a dare calci a un pallone ormai bucato. Con le dimissioni di Gravina il primo passo è stato fatto, adesso spetterà al Coni intervenire sulla Figc, magari cercando di capire se ci sono «gravi inadempienze nei bilanci della federazione». Buonfiglio dopo un confronto con Abodi si è convinto della volontà del governo di fare tabula rasa e di lanciare messaggi chiari all’Italia calcistica.

In vista delle elezioni del 22 giugno girano suggestioni: da Giovanni Malagò alle ex stelle Roberto Baggio e Paolo Maldini (che non dispiace ad Abodi). Il governo, a partire da Meloni, non vuole entrare in questa partita: il toto-nomi non interessa. L’importante per Palazzo Chigi era dare una scossa per mettere tutti i protagonisti davanti «alla gravità del momento». E poi resta l’auspicio: cambiare verso, pianificare, partendo dalle basi, per rifondare una casa ormai in brandelli. Con un pizzico di malizia elettorale e politica nessuno nel centrodestra vuole mettere la faccia su una disfatta: è tutto un dribbling e uno smarcamento dal passato graviniano soprattutto per un partito che si chiama Fratelli d’Italia.


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3 aprile 2026 ( modifica il 3 aprile 2026 | 08:36)