«Siamo colleghi perché siamo amici, non il contrario». Si capisce, affetto e complicità sono il segreto che tiene unita questa macchina da hit e dischi di platino chiamata The Kolors, anche quando la natura delle cose vorrebbe che il frontman, Stash, subisse il fascino delle sirene della carriera solista (lo dice lui stesso, vale la pena credergli), o anche quando a rispondere è il bassista Dario Iaculli, l’ultimo arrivato dei tre, dopo un altro cambio di formazione, alla vigilia di Italodisco, che nel 2023 ha cambiato tutto. «Per prima cosa ho subito un corso accelerato di napoletano», sorride lui, pugliese trapiantato in quella che è un’azienda di famiglia a trazione partenopea, con Stash e Alex che sono cugini, tra Napoli e Caserta. La base, dal 2009, è Milano, là dove hanno mosso i primi passi e adesso è nato Rolling Stones, nuovo singolo – firmato Calcutta e Davide Petrella, in arte Tropico – che anticipa il loro quarto album, che «uscirà al momento giusto». Parola di e a Stash.
Torna all’amicizia però. Quand’è che vi siete comportati da amici e non da colleghi?
«Sempre, compreso quando c’è da prendere una decisione. Se uno di noi non è d’accordo, si rispetta il suo parere e ci si viene incontro».
Cos’avete in comune?
«Siamo nerd di musica. Staremmo ore a smanettare con gli strumenti, facciamo un tipo di ricerca che non si addice al pop più mainstream. E infatti non ci spieghiamo il successo in radio. Davvero, se ce lo chiede, non sappiamo rispondere: è magico».
I The Kolors sono una democrazia?
«Sono una sintesi. Rolling Stones, in questo senso, è emblematica: ciascuno ha messo una parte, chi il moog e chi l’introduzione, su un brano scritto da Calcutta – il vero deus ex machina del pop di oggi, con cui abbiamo stretto i rapporti da Tu con chi fai l’amore (2025) – e Petrella, amico di lunga data. I rapporti umani sono fondamentali. Con Dario ci conosciamo da 15 anni, anche se i ricordi sono confusi dalle serate (ride). Lo strapotere del frontman è un rischio che qui non vale. Io per primo non mi so vedere da solo. E poi abbiamo un equilibrio emotivo tra noi, dei ruoli, prezioso. È più banale di quanto sembra, sono spazi che ciascuno trova sul palco: quando si suona in tre in locali minuscoli, com’è stato per noi, si capisce ciascuno dove mettersi, in tutti i sensi».
La gavetta.
«La questione tecnica, ormai, è superata: si vedono artisti giovanissimi già impeccabili per un palasport. L’esperienza emotiva, però, fa la differenza: suonare davanti a poche decine di persone e condividere viaggi e palchi fa le spalle larghe, rende immuni al fascino dei numeri, alle cadute. Noi non abbiamo mai sentito la vertigine per questo».