di
Luca Pernice
Il direttore del reparto Rianimazione dell’ospedale Cardarelli che prestò le prime cure: «Ho capito, quasi immediatamente, che c’era qualcosa di diverso rispetto ai casi che affrontiamo ogni giorno»
Vincenzo Cuzzone, 43 anni, direttore della Rianimazione dell’ospedale Ospedale Cardarelli di Campobasso, è stato tra i primi a intervenire nel tentativo disperato di salvare Sara Di Vita la 15enne di Pietracatella morta il 27 dicembre. Il giorno dopo in quello stesso ospedale è morta la mamma Antonella Di Ielsi di 50 anni. In un primo momento si era pensato che le due fossero morte per una intossicazione. Oggi, alla luce della scoperta dell’avvelenamento da ricina. Cuzzone ripercorre quei momenti e i dubbi che lo hanno accompagnato per mesi.
Professore, quando ha capito che non si trattava di un caso clinico “normale”?
«Sin dall’inizio ho avuto la sensazione che qualcosa non tornasse. L’evoluzione del quadro clinico era troppo rapida, anomala. Madre e figlia presentavano una storia clinica praticamente sovrapponibile e, soprattutto, si è sviluppata nello stesso identico modo e negli stessi tempi. È un elemento che, da medico, non può non far riflettere».
Cosa ricorda di quei momenti in sala di rianimazione?
«Ricordo che mentre cercavo di rianimare la ragazza continuavo a chiedermi: “Perché il cuore non riparte?”. Non c’era una spiegazione evidente. Abbiamo fatto tutto il possibile, ma il cuore non ha mai ripreso a battere. È stato lì che ho capito, quasi immediatamente, che c’era qualcosa di diverso rispetto ai casi che affrontiamo ogni giorno».
Quando è entrata in gioco anche la madre della ragazza?
«Quando ho comunicato il decesso al marito e ai familiari, mi dissero che la madre si trovava a casa con gli stessi sintomi. A quel punto, proprio perché non riuscivamo a comprendere cosa fosse accaduto alla ragazza, ho chiesto immediatamente di trasferirla in ospedale. Era fondamentale intervenire il prima possibile».
Parla di un decorso “anomalo”: cosa significa, dal punto di vista medico?
«Le due donne hanno avuto un’evoluzione estremamente rapida e fuori dagli schemi. Si è trattato di una insufficienza multiorgano improvvisa, qualcosa che non è tipico delle patologie che trattiamo quotidianamente. Sembrava esserci un agente che colpiva simultaneamente più organi. Questo è ciò che rendeva il quadro così insolito».
In questi mesi ha avuto dei dubbi sul suo operato?
«Sì, ed è inevitabile. Ogni medico se li porta dentro. Mi sono chiesto a lungo se avessi potuto fare qualcosa in più. È una ferita che resta. Oggi, sapere che probabilmente non c’era nulla che potessimo fare, almeno in parte consola. Anche per i colleghi del pronto soccorso, la situazione non sarebbe cambiata».
Perché non c’era possibilità di intervento?
«Perché, anche se avessimo capito subito la natura del problema, non esiste un antidoto per una sostanza come la ricina. Non è qualcosa che rientra nella pratica clinica quotidiana. Non era riconoscibile in tempo utile e, soprattutto, non è trattabile in modo specifico».
Lei ha fatto un paragone con casi gravissimi come un aneurisma rotto.
«Esatto. Anche in condizioni estremamente critiche, come un aneurisma addominale, abbiamo strumenti per stabilizzare il paziente. In questo caso no. Non c’è stata alcuna risposta dell’organismo alle manovre terapeutiche. È questo che ha reso tutto così drammatico».
Cosa ha compreso, successivamente, sulla ricina?
«Non sono un esperto di veleni, ma da ciò che ho letto ho capito che la dose letale è estremamente bassa. Parliamo di quantità minime, approssimativamente un milligrammo ogni 10 chili di peso corporeo. Questo significa che non esiste una vera “zona intermedia”: o si sopravvive o si muore rapidamente».
E il padre della ragazza? Perché è stato trasferito allo Spallanzani?
«Per precauzione. L’ho fatto inizialmente per sicurezza e poi, direi, anche per eccesso di zelo. Ho pensato che, se anche lui avesse ingerito qualcosa, fosse meglio affidarlo a un centro altamente specializzato come lo Spallanzani. In questi casi è fondamentale non lasciare nulla al caso».
Oggi, con ciò che è emerso, cosa resta di questa vicenda dal punto di vista umano e professionale?
«Resta una storia profondamente diversa da quelle che affrontiamo ogni giorno. E resta il segno che ogni paziente che non riusciamo a salvare lascia dentro di noi. Questa vicenda, in particolare, ha posto interrogativi difficili. Ma oggi abbiamo almeno una risposta a quel “perché” che per mesi è rimasto senza spiegazione».
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3 aprile 2026 ( modifica il 3 aprile 2026 | 16:08)
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