di
Alessandra Arachi e Aldo Cazzullo

La direttrice della Galleria Borghese di Roma: «Ho studiato altri artisti, ma da lui vado a finire. La sua vittima? Era un rivale in amore»

Non chiedete a Francesca Cappelletti di parlare dei suoi hobbies: «Potrei dire che faccio l’acquarello, vado a ginnastica. Ma non è vero. Sto in Galleria delle nove del mattino alle otto di sera. E sono molto felice». 

In effetti, della Galleria Borghese, che dirige, conosce anche le persone che fanno le pulizie. «Non mi accorgo di lavorare, il tempo che passa vola. Sono fortunata a poter stare qui». Attorniata da opere di commovente bellezza, e soprattutto dai quadri della più importante collezione al mondo di Caravaggio.



















































Cos’è Caravaggio per lei?
«Un’estasi. In Caravaggio c’è qualcosa che non ti abbandona mai, il senso del dramma. L’irrazionalità che c’è nelle passioni, nelle emozioni, nel dolore. Tutto grazie all’uso irregolare della luce, che nei suoi quadri non viene mai dallo stesso punto. Come se lui non decidesse fin dall’inizio come orientarla».

E lei invece? Perché scrivendo il suo ultimo libro ha deciso che la storia di Caravaggio andava raccontata attraverso dieci quadri?
«Non avevo scelta».

In che senso?
«Caravaggio è un pittore senza tempo. Di lui conosciamo moltissimo in alcuni periodi della sua vita e quasi niente in altri. Procedere attraverso le sue opere è stato un modo di tirarmi d’impaccio».

La tesi del suo libro è che l’opera stessa di Caravaggio sia un’autobiografia, e non solo perché ritrae se stesso.
«Lui si dedicava totalmente alla pittura, per questo attraverso i suoi quadri si può ricostruire la sua vita».

E la sua di vita, Francesca, invece si può ricostruire attraverso lo studio dei quadri di Caravaggio.
«All’inizio no, ho cominciato studiando le opere del Quattrocento. Ho anche studiato altri artisti, però…».

Però?
«Sempre da lui vado a finire».

Aveva ventitré anni quel giorno a Recanati…
«Nell’archivio Mattei, accanto all’Osteria del Passero solitario. Nessuno lo conosceva».

Cosa cercava in quell’archivio?
«Cercavamo, c’era Laura Testa con me. Sempre avuta la fissazione per gli archivi. Cercavamo tracce di Caravaggio, sapevamo che qualcosa dove esserci».

Ed è spuntata la traccia de «La presa di Cristo all’orto».
«Una luce in mezzo alle carte: un documento provava che Ciriaco Mattei, un aristocratico romano grande collezionista, aveva commissionato e pagato tre quadri a Caravaggio. C’erano proprio le ricevute, segno che li aveva consegnati. Due erano ben noti: la Cena in Emmaus, che oggi è alla National Gallery di Londra, e il San Giovanni Battista, ora ai Musei Capitolini a Roma. Del terzo, la “Presa di Cristo all’orto”, si erano perse le tracce. È stato da quel momento che ho cominciato a cercare quel quadro».

E non ha mai smesso, per anni.
«Una caccia frenetica e continua. I miei amici non ne potevano più di me. Mi facevano gli scherzi al telefono, con le voci camuffate, parlando anche con un forzato accento inglese».

Dicendo?
«Mi lasciavano credere che il quadro fosse stato trovato da qualche parte. Mi invitavano ad andare a vederlo ogni volta in una parte del mondo diversa».

Ma lei non ci cascava e andava avanti.
«Fino a quando non avemmo un colpo di fortuna. Un restauratore italiano, Sergio Benedetti, che lavorava per la National Gallery di Dublino, era stato chiamato nella stessa città a valutare le opere della Casa dei Gesuiti. Qui aveva visto questo splendido dipinto sulla cattura di Gesù. Incredibilmente aveva letto il nostro articolo, e intuì che quello era il Caravaggio perduto».

E lei come l’ha saputo?
«Mi ha telefonato lui per dirmelo. E io l’ho mandato a quel paese».

Perché?
«Ero convinta fosse l’ennesimo scherzo. Dopo sono volata a Dublino».

Quando ha visto quella tela?
«Ho provato un’emozione enorme».

Dieci quadri per una vita: dovesse sceglierne uno?
«Già è stato difficile sceglierne dieci…».

Quanti sono i quadri di Caravaggio?
«Sessanta. Uno di questi però posso isolarlo»

Quale?
«Il quadro che ha segnato la svolta nella vita di Caravaggio: “Il martirio di San Matteo”, dipinto tra il 1599 e il 1600».

Di che svolta parla?
«Delle dimensioni dell’opera, che sono enormi, del soggetto, del luogo. In una parola: la Cappella Contarelli, a San Luigi dei Francesi, nel cuore di Roma. Ma soprattutto è la prima volta che Caravaggio si presenta in pubblico. Fino a quel momento aveva lavorato solo per collezioni private».

In quegli anni però c’è un’altra svolta importante nella vita di Caravaggio, l’episodio della pallacorda.
«L’omicidio. Caravaggio uccide Ranuccio Tommasoni durante una partita di pallacorda».

Non in una rissa, quindi, come si pensa comunemente.
«No. Ma neanche un duello a due; erano coinvolte altre persone, alcune furono ferite. Non conosciamo il movente; ma potrebbe essere davvero una donna contesa».

Fillide Melandroni?
«Già. Tommasoni era l’amante, forse il protettore. Certo tra i due c’era un rapporto stretto. Ma sembra che Caravaggio amasse davvero Fillide».

E la ritrae più volte. È stata lei a notare che ha pure lo stesso vestito.
«Sì, in due quadri ricorre la stessa donna; e indossa lo stesso vestito, con un orlo decorato in oro inconfondibile. Fillide diventa sia santa Caterina da Alessandria, con la ruota dentata simbolo del suo martirio, sia la Maddalena».

Come mai lo stesso vestito?
«Possiamo fare solo ipotesi. Forse era un regalo di Caravaggio. Forse era un vestito per il pittore teneva nello studio per farlo indossare alle sue modelle».

Dopo aver assassinato il rivale, Caravaggio fugge a Napoli.
«E da quel momento non cercherà altro che un modo per tornare a Roma. Una fissazione che alla fine gli ostacolerà la carriera. E gli costerà la vita».

Dove è morto Caravaggio?
«Si dice Porto Ercole».

E lei non ci crede?
«Come ci è arrivato a Porto Ercole nel 1610? Non aveva più la barca e in più si portava dietro due quadri».

Come ci è arrivato?
«Appunto. Scipione Borghese, il fondatore della collezione della Galleria Borghese, lo cercava disperatamente. Qualcuno l’aveva segnalato a Procida. Poi si sono trovate le tracce del suo passaggio a Palo, vicino a Roma. Alla fine ci si è messi tutti d’accordo che è morto a Porto Ercole».

Caravaggio in fuga si portava dietro quadri: dovevano servirgli per salvargli la vita?
«Si li regalava a qualcuno che lo aveva già aiutato o che lo poteva aiutare sul cammino».

Era spesso in pericolo, almeno a giudicare da i suoi quadri, dalle sue teste mozzate.
«Le teste mozzate erano la sua ossessione. In particolare la testa di Golia, che custodiamo qui alla Galleria Borghese, è il suo autoritratto. Era anche un modo per impietosire il Papa e i cardinali, che potevano decidere della sua vita e della sua morte, un modo di dire: non fatemi fare questa fine. Viveva una vita spericolata e sregolata, passava le notti nelle taverne. Ma alla fine trovava spesso qualcuno che lo proteggeva».

Chi per esempio?
«Vincenzo Giustiniani. Da quello che si può capire lui considerava Caravaggio un genio che non sapeva orientarsi nelle questioni pratiche dell’esistenza. Lo ha protetto. Si vede da un inventario del 1638».

Cosa si vede?
«Che Vincenzo Giustiniani all’epoca possedeva dai dieci ai quindici quadri suoi».

Tra cui «L’Amore ride», oggi a Berlino.
«Sì. Ci sono state tante interpretazioni per questo quadro. Era sempre coperto da una tenda verde. Si diceva che non venisse mostrato per scrupoli morali. Ma è più probabile che Vincenzo lo tenesse coperto per disvelarlo all’improvviso davanti ai presentatori e lasciarli stupiti».

Qual è secondo lei il capolavoro di Caravaggio?
«La Pala della Misericordia a Napoli. Solo lui poteva raccontare sette opere di misericordia in un unico quadro»

3 aprile 2026 ( modifica il 3 aprile 2026 | 23:49)