L’economia americana torna a creare occupazione a un ritmo sostenuto: +178.000 posti di lavoro aggiuntivi sono stati creati a marzo (nuove assunzioni, al netto dei licenziamenti), una ripresa sul mercato del lavoro che fa scendere il tasso di disoccupazione. La buona notizia è oscurata dalla guerra in Iran e dall’ultimo colpo di scena: l’abbattimento di un jet militare Usa. Gli sviluppi drammatici in Iran faranno passare in secondo piano il fatidico anniversario di domani: il 4 aprile del 2025 fu il Liberation Day, l’annuncio dei superdazi di Trump. Molta acqua è passata sotto i ponti, compresa la sentenza costituzionale che ha bocciato una parte dei dazi. Trump li ha reintrodotti usando altre leggi, e ieri ne ha annunciato uno nuovo, del 100%, contro le importazioni farmaceutiche. Preoccupa l’Italia che in questo settore è una grossa esportatrice verso gli Stati Uniti. Il dazio si riduce molto, però, se un paese dimostra di investire negli Usa.

Se si prescinde dagli aspetti caotici della politica trumpiana, è possibile fare un bilancio freddo e spassionato di questo anno? 



















































Vale la pena prestare attenzione al lungo saggio con cui l’anniversario del Liberation Day viene celebrato da uno dei massimi teorici del protezionismo, l’economista Oren Cass. È una difesa vigorosa dei dazi, ma contiene un finale severo: la guerra in Iran è una pericolosa deviazione dalla strategia giusta. Ve ne offro una sintesi.

Cass da un lato ricorda il fallimento delle previsioni catastrofiste degli economisti ortodossi; dall’altro inserisce quei dazi dentro una trasformazione più ampia del paradigma economico americano, che mette in discussione trent’anni di globalizzazione. Descrive la reazione della maggioranza degli economisti come una sorta di isteria collettiva, evocando ironicamente l’espressione «tariff derangement syndrome», coniata da Jason Furman (che pure fu il capo dei consiglieri economici di Obama). Secondo lui, il rifiuto dei dazi non era una critica tecnica a singole misure, ma un rigetto ideologico: per molti economisti il problema non è se i dazi funzionino o meno, bensì il fatto stesso di considerarli uno strumento legittimo. Alla base di questa reazione c’è una fede dogmatica nella globalizzazione, vista come un processo inevitabile e benefico. Adam Posen aveva parlato di «follia» e previsto una recessione accompagnata da inflazione e declino della produzione. Larry Summers aveva evocato uno shock stagflazionistico con perdita di milioni di posti di lavoro. Mark Zandi aveva previsto un aumento significativo dell’inflazione e una contrazione economica. Paul Krugman riteneva probabile una recessione.


Nessuna di queste previsioni si è avverata
e alcuni indicatori del settore manifatturiero hanno dato segnali di ripresa. In particolare, l’aumento degli ordini di beni capitali, il miglioramento della produttività industriale e una inversione di tendenza nella produzione dopo anni di declino. Cass non sostiene che i dazi siano stati l’unica causa di questi risultati. Tuttavia, ritiene che il test della realtà abbia smentito due critiche fondamentali: che i dazi avrebbero causato costi macroeconomici insostenibili nel breve periodo e che avrebbero ostacolato, anziché favorire, la reindustrializzazione. A suo giudizio, entrambe le obiezioni non hanno riscontro nei dati. 

Un punto centrale del suo ragionamento è che i dazi non vanno considerati isolatamente. Essi fanno parte di una strategia più ampia di politica industriale: sussidi ai semiconduttori, sostegni ai minerali critici, alleanze internazionali per la cantieristica navale, restrizioni ai riacquisti di azioni proprie per i contractor della difesa. In altre parole, un tentativo di ricostruire capacità produttive in settori considerati strategici. (Alcune di queste politiche peraltro risalgono all’Amministrazione Biden).

I dazi, in questo schema, hanno una duplice funzione. In alcuni casi diventano permanenti e servono a deviare la domanda verso la produzione domestica. In altri, sono strumenti temporanei per ridefinire i rapporti commerciali e preparare nuovi accordi. Questa nuova architettura commerciale dovrebbe favorire un aumento degli investimenti diretti esteri negli Stati Uniti.

Cass individua due grandi cambiamenti nel consenso economico e politico americano. Il primo riguarda la globalizzazione. Per decenni, è stata presentata come una forza inevitabile, paragonabile a fenomeni naturali. Cass cita dichiarazioni emblematiche di Alan Greenspan e Bill Clinton, secondo cui il protezionismo non era più un’opzione e i mercati globali avrebbero progressivamente sostituito le decisioni politiche nazionali. Ma i mercati non sono entità autonome, sono strumenti che devono servire la comunità nazionale. Cita una frase di Marco Rubio: la nazione non esiste per servire il mercato, ma il contrario

La globalizzazione non è irreversibile: è una scelta politica, come tale può essere modificata.

Il secondo cambiamento riguarda il ruolo degli economisti. Cass attacca una élite tecnocratica che ha esercitato un potere sacerdotale, imponendo modelli teorici come verità scientifiche indiscutibili. Secondo lui, questi modelli si basavano su ipotesi discutibili e servivano a giustificare preferenze politiche travestite da analisi neutrale. Cita come esempio il comportamento di Krugman, che in passato aveva invitato a ridicolizzare gli scettici del libero scambio. Ora questa autorità è in crisi. Gli stessi economisti sono costretti a rivedere le proprie posizioni. Krugman ha ammesso che la sua fiducia nell’autocorrezione dei deficit commerciali era ingenua. Summers ha perso terreno nel dibattito accademico. Persino figure del mondo finanziario, come John Arnold, hanno iniziato a sostenere apertamente politiche tariffarie generalizzate. L’idea di politica industriale, un tempo marginale o stigmatizzata, è diventata centrale nel dibattito globale, come dimostrerebbe anche l’apertura della World Bank a questo approccio e le dichiarazioni del più grande banchiere americano, Jamie Dimon.

Cass introduce una nota di cautela. I dazi sono solo un mezzo, non un fine. Il loro obiettivo è stimolare investimenti nell’industria americana, e su questo fronte i risultati sono ancora incerti. L’autore cita dati che mostrano una situazione ambivalente: da un lato, ci sono impegni significativi da parte di paesi come Giappone, Corea del Sud, Taiwan e di industrie strategiche; dall’altro, molti di questi investimenti non si sono ancora concretizzati.

Ci sono delle cause dietro questa esitazione. 
La prima è l’instabilità della politica commerciale, caratterizzata da cambiamenti frequenti nei livelli dei dazi e nei termini degli accordi. La seconda è l’assenza di una legislazione stabile che renda permanente l’orientamento protezionista. La terza è l’ambiguità di Trump verso la Cina, con la possibilità di un grande accordo che includa anche investimenti cinesi negli Stati Uniti: questa incertezza induce molte imprese ad adottare un atteggiamento attendista.

Da qui deriva l’agenda per il secondo anno. Cass elenca una serie di priorità: stabilizzare il regime tariffario, rafforzare le relazioni con gli alleati, chiarire la strategia verso la Cina, coinvolgere il Congresso per rendere strutturali le nuove politiche, trasformare gli impegni di investimento in progetti concreti, migliorare le infrastrutture e affrontare i vincoli burocratici ed energetici.

Nella sua visione, gli Stati Uniti hanno già compiuto progressi significativi: hanno iniziato a correggere gli errori della globalizzazione e a costruire una «scala» per uscire dalla dipendenza da catene di approvvigionamento esterne. Tuttavia, questo processo è ancora fragile. Senza una strategia coerente e senza un’accelerazione degli investimenti e della formazione della forza lavoro, il rischio è di arretrare.

Il testo si chiude con un elemento che introduce una dimensione geopolitica: la guerra con l’Iran. Cass sostiene che questo conflitto sta distraendo risorse e attenzione dalle priorità interne, mettendo a rischio il progetto di reindustrializzazione. In modo polemico, osserva che molti oppositori dei dazi – inclusi ambienti come l’American Enterprise Institute o il Wall Street Journal – sembrano più ostili alle politiche commerciali che non all’impegno militare, nonostante quest’ultimo comporti costi enormi e consumi risorse industriali che gli Stati Uniti faticano a rimpiazzare.

Ricostruire la base industriale nazionale, secondo Cass, dovrebbe essere un obiettivo strategico primario, anche per ragioni di sicurezza. Ma se Trump si lascia trascinare in un conflitto prolungato, rischia di compromettere proprio quel progetto. I dazi, lungi dall’aver provocato il disastro annunciato, avrebbero contribuito a cambiare il clima economico e politico, riaprendo lo spazio per una politica industriale attiva e per una ridefinizione della globalizzazione. Tuttavia, il successo definitivo dipenderà dalla capacità di consolidare questi cambiamenti, trasformarli in investimenti reali e proteggerli da instabilità politica e distrazioni geopolitiche fatali.

3 aprile 2026