di
Marco Persico
La ricostruzione: chiamato un factotum di vecchia data per intervenire subito con i lavori di muratura. I punti più vulnerabili, il timore dei dipendenti. L’inchiesta per tentata estorsione
«Tentata estorsione e accesso abusivo ai sistemi informatici». Su questo indaga, per ora contro ignoti, la Procura di Firenze dopo l’attacco hacker contro le Gallerie degli Uffizi. Un intero team di esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale è stato inviato in città per mesi; gli investigatori della polizia sarebbero sulle tracce di un’organizzazione di hacker con base nell’area dell’Europa orientale, sembra un gruppo attivo da anni a livello internazionale.
Il Corriere ieri ha raccontato il clima di trincea in cui vivono il museo e i suoi dipendenti da quando, all’inizio di febbraio, il direttore Simone Verde si è visto arrivare sul telefono personale una richiesta di riscatto, per giunta dal numero di un vecchio amico.
Gli hacker gli concedevano 72 ore per non vendere tutti i dati rubati dai server, in due settimane si sarebbero fatti vivi almeno quattro volte: avrebbero portato via tutto, anche i file dell’ufficio tecnico con sistemi di allarme e mappe interne. Da quanto è emerso, conoscerebbero anche l’esatta collocazione di porte, passaggi e uscite di servizio.
Dagli Uffizi di Firenze, però, arriva un altro racconto. La direzione, in un comunicato diffuso ieri mattina, ha detto che «non è stato compiuto nessun danno né effettuato alcun furto», spiegando anche che «non sono state rubate password» perché «i sistemi di sicurezza sono a circuito chiuso interno e non aperti all’esterno» e che «le telecamere, già in sostituzione da analogiche a digitali, funzionano regolarmente». Inoltre «i backup dei dati e delle fotografie sono completi», e «i telefoni dei dipendenti non sono stati compromessi».
Eppure, da quanto emerge, gli hacker sarebbero rimasti per mesi nei sistemi degli Uffizi. E solo alla fine, quando il materiale era già stato portato via, sono stati bloccati i sistemi ed è arrivata la richiesta di riscatto.
Per Verde «non ci sono prove di alcun tipo, neppure riguardo al possesso da parte degli hacker di mappe sulla sicurezza».
Eppure, risulta che quando è scattato l’allarme, all’inizio di febbraio, la direzione non abbia esitato a bypassare ogni possibile formalità chiamando un muratore fidato, una specie di factotum storico degli Uffizi, con l’ordine di chiudere alla svelta con calce e mattoni porte e uscita di sicurezza, perché «bisognava fare presto», raccontano oggi fonti interne.
Per il direttore Verde, solo lavori programmati da tempo. Come quelli alle sale del Tesoro dei Granduchi, a Palazzo Pitti, chiuse, «perché — ha spiegato — si è affidato il cantiere di rifacimento di tutto il museo la cui gara è stata lanciata a settembre; dunque i pezzi andavano sgombrati comunque in vista dell’inizio del lavori». E i gioielli medicei finiti sotto chiave nelle stanze blindate della Banca d’Italia? Tutto pianificato , «le prime telefonate in merito sono avvenute tra Uffizi e Banca d’Italia in autunno».
In realtà, la chiusura è avvenuta il 3 febbraio, appena 48 ore dopo la richiesta di riscatto, ufficialmente per «manutenzione straordinaria». Gli Uffizi hanno deciso di chiudere le sale del vecchio Museo degli Argenti e di trasferire nelle stanze blindate della Banca d’Italia i gioielli, ricollocando il personale di vigilanza per rafforzare la presenza a quadri e teche. Mentre alle finestre degli appartamenti reali, quelle storiche che si affacciano sulla piazza, sono comparse grate di ferro che prima non c’erano.
Palazzo Pitti è considerato uno dei punti più vulnerabili e difficili da controllare dell’intero polo museale, il progetto della direzione prevede, in particolare, di intervenite nella zona dei mezzanini: «Sono il punto più fragile — racconta un dipendente —, sono pieni di vecchissime porte di servizio, dopo l’attacco le vogliono fare tutte blindate». E l’elenco sarebbe già nelle mani dei tecnici, sarebbero oltre quaranta.
E i caveau delle Gallerie murate dal factotum? Per la direzione «si tratta in parte di presidi richiesti dal piano antincendio, di cui è stata depositata non a caso la Scia ai vigili del fuoco nella giornata dell’altro ieri», ammettendo che «altre sono state effettivamente aggiunte per evitare la permeabilità eccessiva degli spazi di edifici storici, vale la pena ricordarlo, risalenti al 1500, e viste le mutate funzioni e il mutato contesto internazionale».
Intanto, il clima all’interno del museo è teso. «Dal giorno della richiesta di riscatto la sensazione è che il rischio sia ancora lì», confida un dipendente. «Ci si muove come in emergenza, ma senza una linea chiara. Da Roma è arrivata solo una funzionaria del ministero della Cultura».
3 aprile 2026 ( modifica il 4 aprile 2026 | 03:02)
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