di
Redazione Economia
Secondo il report di Anthropic l’Ai non provoca licenziamenti ma riduce le assunzioni, soprattutto nei lavori qualificati. «Una rivoluzione che cambierà le competenze», avverte Federico Mattia Dolci. Per i giovani segnali d’allarme
C’è una domanda che molti responsabili delle risorse umane iniziano a porsi sottovoce: perché le aziende pubblicano sempre meno offerte di lavoro? Non si tratta necessariamente di un segnale di recessione o di una crisi ciclica. A emergere è piuttosto una trasformazione più sottile e strutturale del mercato del lavoro. Una delle analisi più interessanti arriva dal laboratorio di ricerca economica di Anthropic, la società californiana che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude. Il 5 marzo 2026 gli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory hanno pubblicato lo studio «Labor Market Impacts of AI: A New Measure and Early Evidence», basato su milioni di interazioni reali con sistemi di Ai e sui dati occupazionali del Bureau of Labor Statistics e della Current Population Survey. Il quadro che emerge è diverso da quello immaginato finora.
Si riducono le assunzioni
Per anni la narrativa sull’automazione si è concentrata sull’idea di una sostituzione diretta dei lavoratori da parte delle macchine. Lo studio descrive invece un processo più silenzioso: l’intelligenza artificiale non licenzia, ma riduce progressivamente le nuove assunzioni. Le aziende non tagliano personale in massa, ma quando una posizione si libera spesso non viene più rimpiazzata. «Stiamo entrando in una fase di trasformazione paragonabile alle grandi rivoluzioni industriali», osserva Federico Mattia Dolci, founder e amministratore delegato di Marte, una società che fa consulenza alle aziende proprio su questi temi (ne avevamo scritto qui a proposito del lavoro di supporto nella progettazione di stadi e di modelli di business remunerativi). «L’intelligenza artificiale non eliminerà semplicemente alcuni lavori: cambierà il modo in cui le organizzazioni costruiscono le proprie competenze. Alcune professioni nasceranno, altre spariranno molto più velocemente di quanto sia accaduto in passato».
A rischio i profili ad istruzione più elevata
Secondo i dati dello studio, l’impatto è particolarmente visibile tra i giovani. Tra i lavoratori di 22-25 anni che cercano di entrare nelle professioni più esposte all’Ai, il tasso mensile di nuove assunzioni è diminuito di circa mezzo punto percentuale dal 2022. Una variazione che, proiettata nel tempo, equivale a una riduzione di circa il 14% degli ingressi. Il dato più sorprendente riguarda però il profilo dei lavoratori più esposti. Non sono i mestieri meno qualificati a trovarsi sotto pressione, ma quelli ad alta istruzione. Il rapporto mostra che i lavoratori nel quartile più esposto all’AI guadagnano in media il 47% in più rispetto agli altri e hanno livelli di istruzione molto più elevati: tra loro la quota di persone con laurea magistrale è quasi quattro volte superiore. In molti casi si tratta di analisti finanziari, sviluppatori software, professionisti legali o addetti ai servizi avanzati.
L’impatto sulle attività cognitive ad alto valore
«L’errore più grande sarebbe pensare che l’Ai riguardi solo lavori ripetitivi o manuali», spiega Dolci. «In realtà sta entrando soprattutto nelle attività cognitive ad alto valore. È lì che le aziende stanno sperimentando i primi cambiamenti organizzativi». Un elemento chiave dello studio riguarda il divario tra ciò che l’intelligenza artificiale potrebbe fare in teoria e ciò che fa davvero oggi. I ricercatori di Anthropic parlano di «observed exposure»: una misura dell’automazione effettiva nei flussi di lavoro reali. In molte professioni il potenziale di automazione è molto più alto di quanto oggi venga utilizzato. Nella categoria «informatica e matematica», per esempio, la copertura teorica delle attività automatizzabili arriva al 94%, mentre quella osservata nei processi reali è ancora intorno al 33%.
Le professioni più esposte
Questo significa che gran parte dell’impatto deve ancora manifestarsi. «Il vero fattore competitivo nei prossimi anni sarà la capacità delle aziende di integrare l’AI nei processi produttivi», osserva Dolci. «Chi si muove per tempo, con una strategia chiara e investimenti nelle competenze, avrà un vantaggio enorme. Chi aspetta rischia di trovarsi improvvisamente fuori mercato». Tra le professioni oggi più esposte allo sviluppo dell’Ai ci sono i programmatori, i rappresentanti del customer service e gli addetti al data entry. Per alcune attività, come l’inserimento dati, l’automazione è già una realtà diffusa. Per altre, come il servizio clienti, le aziende stanno automatizzando il primo livello di interazione lasciando agli operatori umani solo i casi più complessi.
Il rischio dei giovani canarini
Il punto più delicato riguarda però le nuove generazioni. Se i compiti più semplici vengono automatizzati, rischia di venire meno proprio il percorso di ingresso nel mercato del lavoro per molti profili junior. È uno dei motivi per cui alcuni economisti, tra cui Erik Brynjolfsson, parlano dei giovani lavoratori come dei «canarini nella miniera» della trasformazione digitale. Il quadro che emerge è quello di una rivoluzione che procede senza grandi scosse visibili. Non ci sono ondate di licenziamenti né crolli improvvisi dell’occupazione. Piuttosto, una lenta ma costante riduzione delle porte d’ingresso nel mercato del lavoro. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più difficile da interpretare: la trasformazione è già iniziata, ma per ora non fa rumore.
Nuova app L’Economia. News, approfondimenti e l’assistente virtuale al tuo servizio.
SCARICA L’ APP

Iscriviti alle newsletter de L’Economia. Analisi e commenti sui principali avvenimenti economici a cura delle firme del Corriere.
4 aprile 2026 ( modifica il 4 aprile 2026 | 07:15)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
