di Giuseppe Scuotri
«Se vedete un locale con la fila fuori, andate oltre: si tratta spesso dell’effetto di recensioni pagate», dice. Sui social racconta cosa significa per una giovane donna lavorare nelle cucine londinesi: «Se l’ambiente è tossico, ti accorgerai ogni giorno di essere “diversa”»
«Cibo e sesso. Sono i soli due piaceri che ci uniscono tutti». Se chiedete a Slutty Cheff di raccontarsi, parte così. Cuoca e anonima food writer inglese, a 28 anni è già un piccolo fenomeno in patria. Con il suo account Instagram racconta da anni il mondo dell’alta cucina londinese, descrivendone in modo cristallino e irriverente lavoro quotidiano, rapporti – e sbandate – tra colleghi, ma anche gli eccessi e gli abusi che si consumano dietro le quinte di un ristorante. Un diario minimo che è diventato un libro, Crostata alla Crema, pubblicato in Italia lo scorso 16 marzo per Mondadori. «È uno spaccato su cosa significhi essere una giovane donna e lavorare come chef a Londra – spiega -. Ma in un senso più ampio, racconta cosa voglia dire avere vent’anni, vivere in una grande città e dover trovare una propria identità e uno scopo nella vita».
Com’è nata Slutty Cheff?
«Per caso. Un giorno ero annoiata, così ho creato un account Instagram. Anche il nome è stato una scelta casuale. Volevo restare anonima, non avevo ambizioni di farne un’attività o nulla di simile. Fu un momento di divertimento mentre stavo lavorando nella cucina di un ristorante».
Quell’account, però, divenne subito altro.
«Anche quella fu una mossa abbastanza casuale, o almeno non calcolata. Ho iniziato a raccontare la mia esperienza perché, per me, la ristorazione era un mondo totalmente nuovo. Lo trovavo bizzarro, pazzo. Un qualcosa che non avevo mai visto prima. E l’argomento ha subito catturato l’attenzione di tanti».
È molto amata anche perché parla apertamente di sesso e sessualità.
«Penso sia semplicemente parte del mio carattere. Quando ho iniziato non avevo motivazioni etiche né volevo farne una questione di emancipazione femminile: è ciò di cui amo parlare con gli amici al pub. Però noto che c’è ancora chi si scandalizza se vede una donna parlare liberamente del proprio piacere fisico, sia esso legato al sesso o alla gola. Non è un qualcosa che ritroviamo spesso nelle eroine dei libri o dei film. Perciò è stato anche divertente rompere quest’illusione collettiva».
La passione per la cucina, invece, da dove viene?
«L’ho sempre avuta. Cucinare a casa, da adolescente, era l’unica cosa che mi dava serenità. Un ruolo importante lo ha avuto mia nonna: avevamo legato molto grazie al cibo. Quand’è morta, ero una ventenne in un momento di fragilità. Non volevo fare altro che cucinare».
Al punto da decidere di cambiare vita.
«Esatto. Ero impiegata nel reparto marketing di un’azienda. Ho pensato: “Preferisco di gran lunga cucinare. Perché non vado in un ristorante?”. Era guidata solo dalla passione e dalla voglia di imparare. Poi quel mondo mi affascinava. La maggior parte delle persone, almeno nel Regno Unito, vanno al ristorante ma non conoscono chi lavora dietro le quinte. È una sorta di zona oscura della società».
Cosa vuol dire per una donna lavorare in una cucina?
«È un’esperienza diversa rispetto ai maschi. Ci sono brigate di soli uomini in cui è facile sentirsi isolate, escluse. Tutto dipende dalla visione di chi comanda: se sei in un ambiente tossico, con regole e valori datati, da donna ti accorgerai ogni giorno di essere “diversa”. Ascolti gli altri fare gruppo e trattarti in modo paternalistico. Ad esempio, relegandoti alla pasticceria invece che alla cottura della carne, perché decorare dolci è “una cosa adatta alle donne”. In cima alla lista, poi, ci sono ovviamente gli abusi fisici e sessuali. Quelle cose illegali e che, se scoperte e raccontate, si ripercuotono sulla reputazione di chi le commette».
Pensa sia anche una questione generazionale?
«Sì, gli chef più anziani sono tendenzialmente più avvezzi a ritenere accettabili turni massacranti, trattamenti brutali, scatti d’ira e altri atteggiamenti dittatoriali. Dal loro punto di vista, magari, è un sistema che funziona: di sicuro la paura porta i dipendenti a rigare dritto. Ma prima o poi la verità viene a galla».
Basti pensare alle accuse di abusi sui dipendenti che hanno costretto René Redzepi, uno degli chef più noti al mondo, a lasciare la guida del ristorante Noma.
«Esatto. All’improvviso esce un’inchiesta del New York Times, com’è successo a lui, e sei fregato».
Che insegnamento può lasciarci questa vicenda?
«Le persone devono abituarsi a denunciare. Bisogna uscire dalla mentalità per cui per avere successo bisogna saper sopportare soprusi e torture. Non è vero. Ci sono tante cucine in cui questo non accade. Forse sarebbe il caso di installare telecamere e avere ispezioni regolari, come per la sicurezza alimentare. Ma non basterebbe. Tutti, in ogni caso, si stanno rendendo conto che non è più possibile comportarsi in un certo modo, non la si fa più franca».
È l’inizio di un cambiamento?
«Probabilmente se ne parlerà di più. Ma nel Regno Unito se ne discute da anni, non è una cosa nuova. Ci sono, in ogni caso, sempre più ristoranti guidati da chef giovani in cui c’è rispetto per le persone e tante donne in brigata. E, va sottolineato, come qualità non hanno nulla da invidiare agli altri».
Parliamo del suo rapporto con i social, li critica spesso.
«Penso facciano schifo e abbiano un effetto negativo sulla nostra sanità mentale».
Però sono al centro del suo mondo.
«Sì, so di essere in contraddizione. Devo ai social se oggi ho scritto un libro e ho una rubrica su Vogue. Credo siano un grande strumento di comunicazione, ma siano per questo anche in grado di diffondere isteria di massa e disinformazione. In più, danno enorme potere a chi non dovrebbe averne».
In che senso?
«Se hai molti follower, hai un ascendente su tante persone, puoi influenzare le loro scelte. Pensiamo ai ristoranti: quanti di noi oggi scelgono dove andare a mangiare basandosi sui video che vedono online? Si tratta spesso di recensioni pagate, che non hanno nulla di genuino. È solo un locale che dà soldi all’influencer di turno per fargli dire che lì il cibo è buono. E chi se ne importa se non è vero. Se un piatto o una sala appare gustoso in video, la gente andrà a provarlo lo stesso. È stato proposto anche a me, mi hanno chiesto: “Quanto dobbiamo pagare per una storia sul tuo profilo? Quanto per un post?”».
Quali sono i trend social che vorrebbe sparissero dal web?
Ne dico tre. Il primo è l’essere disposti a fare code chilometriche per mangiare in un locale di tendenza. Se vedete un posto preso d’assalto, passate oltre. Ogni città è piena di locali meno conosciuti che sono vere gemme nascoste. E scoprirli da soli è un piacere. Poi c’è questa crescente ossessione per i cibi proteici: truppe di influencer palestrati che vedono il cibo solo come benzina per i muscoli. Un pasto dovrebbe essere anche un momento di piacere. L’ultimo è l’uso eccessivo di takeaway. È una cosa utile quando si ha poco tempo, ma non vorrei che in futuro i ristoranti smettessero di servire ai tavoli».
Come sceglie i ristoranti da provare?
«Come potrebbe fare chiunque. Li scopro camminando per la città. O seguo i consigli di poche persone fidate. Guardo anche la clientela: se ci sono persone che mangiano da sole è un buon posto, nessuno va da solo in un ristorante schifoso. Aggiungo che è bene liberarsi dall’ossessione della novità, del dover provare tutte le nuove aperture».
I suoi comfort food?
«Pie and mash. E gli spaghetti alla bolognese».
Ora è una scrittrice a tempo pieno. Tornerà prima o poi a lavorare nei ristoranti?
«Non saprei. Ho smesso perché non puoi lavorare in cucina e fare altro. Il libro sta per diventare una serie TV, stiamo lavorando all’adattamento con la casa di produzione Working Title. Siamo agli inizi, ci vorranno un paio d’anni, ma è un progetto che mi eccita molto perché mi ricorda quando iniziai a lavorare in cucina: ho davanti un mondo sconosciuto da scoprire. Al momento do tutta me stessa per la scrittura. È ciò che sento di voler fare. Ma, in futuro, chissà».
4 aprile 2026
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