di
Antonio Carioti
Lo scrittore e giornalista Vittorio Messori è morto venerdì: fatale un attacco cardiaco, era malato da tempo. Intervistò due Papi: Giovanni Paolo II e, quando era ancora prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale Ratzinger, futuro Benedetto XVI
Lo scrittore e giornalista Vittorio Messori, che con il libro «Ipotesi su Gesù» portò il cristianesimo al centro del dibattito culturale italiano e internazionale, è morto il 3 aprile, Venerdì Santo, all’età di 84 anni nella sua casa di Desenzano del Garda (Brescia). Da anni Messori viveva con un pacemaker e fatale è stato un attacco cardiaco. La moglie dello scrittore, anche lei giornalista e scrittrice, Rosanna Brichetti, era morta quattro anni fa, nel giorno di Sabato Santo.
Curatore di libri intervista dal grande impatto con Joseph Ratzinger e Karol Wojtyla, autore di bestseller noti a livello internazionale, Vittorio Messori, scomparso all’età di 84 anni, è stato un protagonista del dibattito pubblico sugli argomenti religiosi e in particolare sulla capacità del cattolicesimo di reggere alla prova del confronto con la modernità. Convertito in età ormai adulta, non disdegnava affatto di essere definito un apologeta, come in fondo lo era stato il suo grande ispiratore Blaise Pascal, per la determinazione con cui sosteneva che la credenza nella divinità di Gesù, figlio del Signore, fosse difendibile anche con argomenti razionali.
A volte negli interventi di Messori si potevano ravvisare eccessi polemici, che erano però sempre il prodotto di una passione autentica e non di rado il portato di uno sgomento, pur attenuato dalla fede profonda, per la scristianizzazione crescente dell’Europa contemporanea. Non lo spaventava certo trovarsi in minoranza, accettava serenamente il ruolo arduo di «sale della Terra» assegnato dal Vangelo ai credenti, ma deplorava con forza l’indifferenza generalizzata verso il trascendente, che almeno in parte riscontrava anche nella sua amatissima Chiesa.
Considerava un errore grave, da parte del clero a tutti i livelli, porre l’accento con insistenza sui problemi sociali e politici, trascurando il richiamo ai dogmi e soprattutto la predicazione della vita eterna. Proprio al rapporto ineludibile di ogni uomo con il destino finale della sua esistenza terrena e con la prospettiva dell’aldilà Messori aveva dedicato uno dei suoi saggi più significativi, Scommessa sulla morte (Sei, 1982), nel quale aveva denunciato la rimozione di quel tema nella società secolarizzata.
Nato a Sassuolo, in provincia di Modena, il 16 aprile 1941, Messori era cresciuto in un ambiente anticlericale e a Torino, dove la sua famiglia si era trasferita nel dopoguerra, si era laureato in Storia nel 1965 con Alessandro Galante Garrone, esponente di un severo laicismo piemontese. Fra i suoi maestri c’erano stati anche Norberto Bobbio e Luigi Firpo, appartenenti, con diverse sfumature, allo stesso filone.
Eppure proprio in quel periodo la lettura del Vangelo aveva cambiato la sua vita, come se una forza irresistibile si fosse impadronita di lui. Messori aveva abbracciato la fede e aveva cominciato a studiare la questione della storicità di Cristo, mentre il suo talento gli permetteva di farsi strada nell’editoria e poi nel giornalismo. Molti anni dopo sarebbe diventato una firma di punta, prima all’«Avvenire» e quindi al «Corriere della Sera», dove aveva portato lo spirito inconfondibile, a volte urticante, del suo fervore religioso.
Nel 1976 Messori aveva pubblicato il saggio Ipotesi su Gesù (Sei), frutto di una ricognizione attenta, durata parecchi anni e condotta sulla scia del filosofo francese Jean Guitton, degli studi sulla figura del predicatore di Nazareth. Ne risultava che le argomentazioni portate dalla critica storica per spiegare in termini meramente umani un fenomeno impressionante come la diffusione del cristianesimo nel mondo antico risultavano tutte insoddisfacenti o lacunose. La conclusione, proposta al lettore senza alcuna arroganza, era che la possibilità di un’origine sovrannaturale della fede in Cristo, una volta vagliate le letture razionalistiche e filologiche dei Vangeli, non era affatto da escludere. Anzi era in fondo la più plausibile.
Stampato originariamente in tremila copie, Ipotesi su Gesù era andato rapidamente esaurito e si era rivelato ben presto uno straordinario successo editoriale, poiché aveva incontrato in primo luogo il bisogno dei credenti di sentirsi confortati, ma anche la curiosità di molti non credenti. Riproposto di recente dalle edizioni Ares, ha venduto in Italia nel corso degli anni oltre un milione di esemplari, risultato formidabile per un saggio, ed è stato tradotto in 22 lingue.
Il successo di quel primo lavoro aveva guadagnato a Messori un forte credito negli ambienti ecclesiastici e gli aveva permesso di stabilire un legame personale intenso con l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Dai loro colloqui era scaturito nel 1985 un libro che aveva fatto rumore per le critiche affilate che il cardinale tedesco aveva rivolto agli eccessi del progressismo postconciliare e soprattutto alla teologia della liberazione, allora molto presente in America Latina, che tendeva a combinare analisi sociale marxista e messaggio evangelico. Quel volume, intitolato Rapporto sulla fede (San Paolo), era stato una sorta di manifesto programmatico dell’opera nella quale era impegnato il futuro pontefice Benedetto XVI in campo dottrinale.
Messori aveva poi proseguito le sue ricerche volte a dimostrare l’attendibilità del Nuovo Testamento e i fondamenti storici della tradizione cattolica. Aveva inoltre preso le difese dell’Opus Dei, che riteneva fosse stato presentato in cattiva luce da una pubblicistica tendenziosa. Nel 1995 la sua fama aveva toccato il culmine con un altro libro intervista, realizzato questa volta con il papa allora in carica, Giovanni Paolo II. Tradotto in oltre cinquanta lingue, Varcare la soglia della speranza (Mondadori) rappresenta una sorta di compendio del pensiero di Karol Wojtyla raccolto da un saggista in piena sintonia con il pontefice polacco.
Il percorso intellettuale di Messori aveva poi toccato molti altri argomenti legati all’esperienza cattolica, non più soltanto al cammino di Gesù. Aveva scritto sulla figura di Maria, al culto della quale era molto legato. Si era occupato di un miracolo assai particolare, l’asserita ricrescita della gamba amputata a un contadino spagnolo nel Seicento. Aveva pubblicato un libro a due voci sulla città di Torino con Aldo Cazzullo. Si era soffermato sulla vicenda di Lourdes e della veggente Bernadette Soubirous. Aveva sollevato qualche polemica per il modo in cui aveva presentato un memoriale del sacerdote Edgardo Mortara, il bambino ebreo che ai tempi dello Stato pontificio Pio IX aveva fatto sottrarre alla famiglia, per via di un presunto battesimo, onde fosse educato nella fede cattolica.
Dopo aver ammirato senza riserve Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Messori era rimasto invece piuttosto perplesso di fronte al pontificato di Francesco e ai suoi sforzi per porre la Chiesa al passo con il mondo. Anche per questo, non solo per i crescenti problemi di salute, negli ultimi tempi aveva diradato parecchio i suoi interventi. Ma bisogna sottolineare che ai temi sociali e morali non aveva mai dedicato un’eccessiva attenzione, poiché li considerava importanti, ma alla fin fine secondari rispetto alla promessa di salvezza contenuta nelle parole di Cristo.
Lo aveva dichiarato con la solita franchezza a Stefano Lorenzetto, nell’intervista concessa al «Corriere» per il suo ottantesimo compleanno: «Etica, società, lavoro, politica… Tutto necessario ma assurdo, se prima non si saggia l’esistenza e la resistenza del chiodo che deve reggere ogni cosa. E quel chiodo è Gesù». Un ragionamento in cui c’è tutto Messori.
4 aprile 2026 ( modifica il 4 aprile 2026 | 09:55)
© RIPRODUZIONE RISERVATA