di
Carlos Passerini

Il telecronista Rai: «Fare il mio mestiere è un privilegio: ho seguito partite stupende come la finale Argentina-Francia nel 2022. Spero ancora di raccontare gli azzurri in Coppa del Mondo»

«La maledizione? Diciamo che sono deluso tre volte per la mancata qualificazione al Mondiale: come italiano, come appassionato di calcio e come giornalista». Alberto Rimedio è dal 2014 il telecronista Rai delle partite della Nazionale. Romano, classe 1972, assunto dal 2003 alla tv di Stato, non è mai riuscito a commentare una partita degli azzurri in un Mondiale. Non solo: nella finale dell’Europeo 2021 vinta a Wembley aveva il Covid e dovette rinunciare.

Mettiamola così: almeno è in buona compagnia.
«Al grande Bruno Pizzul, che per me è stato un maestro, andò anche peggio: lui l’Italia ai Mondiali la raccontava, ma non riusciva mai a vincere. Ha seguito gli azzurri dopo il 1982 quando abbiamo vinto per la terza volta e fino a prima del 2006, quando abbiamo vinto per la quarta».



















































È già rassegnato?
«Nessun ruolo è eterno, nemmeno il mio. Diciamo che ci spero ancora. Mi sento un po’ come Barella, che ha 29 anni e nel 2030 ne avrà 33: non troppo vecchio ma neanche troppo giovane… Per me fare il telecronista Rai è un privilegio, sono il terzo per longevità dopo i 18 anni di Martellini e i 16 di Pizzul. Ho avuto molte soddisfazioni, ho raccontato partite splendide come la finale del Mondiale 2022 fra Argentina e Francia».

Ieri si è dimesso anche il c.t. Gattuso. Basterà?
«Non è un problema di nomi, ma di sistema. Ricordiamoci che anche Mancini e Spalletti, due allenatori con un’esperienza superiore, sono rimasti fuori dal Mondiale. Rino ha commesso di sicuro alcuni errori nella gestione della partita in Bosnia: i cambi inefficaci, la scelta di non passare al 4-4-1 per difendere le fasce. Ma la squadra quella è. Questo siamo, oggi».

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Come se ne esce?
«Il problema è duplice. Serve una metodologia nuova: nei vivai c’è troppa tattica, va privilegiata la creatività. E poi c’è una questione generazionale: non nascono talenti. Come nella società civile, occorre favorire l’integrazione: ci darebbe un mano a migliorare la fisicità, che nel calcio di oggi è fondamentale, vedi la Francia con i giocatori di origine africana. Ma in realtà basta guardare in casa nostra, con i volti vincenti dell’atletica: da Jacobs a Doualla».

Sui social c’è chi ha giudicato la telecronaca Rai troppo morbida.
«La sconfitta con la Svizzera all’ultimo Europeo fu vergognosa, in Bosnia invece pur avendo fallito l’Italia ha giocato col cuore, anche se non è bastato, il livello è assai modesto. D’altronde abbiamo fatto 12 milioni di telespettatori: mettere tutti d’accordo è impossibile…».

4 aprile 2026 ( modifica il 4 aprile 2026 | 08:01)