di
Walter Riolfi
Dalla moratoria annunciata da Donald Trump alla tensione con l’Iran, i mercati scommettono su una tregua. Ma petrolio caro, inflazione in salita e stime di crescita riviste al ribasso mettono in dubbio il rally
Il sogno di Wall Street è la riedizione di quanto avvenne il 9 aprile 2025, quando Donald Trump dovette rimangiarsi gran parte delle tariffe annunciate nove giorni prima, e la borsa iniziò lo strepitoso volo, culminato con il record dell’S&P il 27 gennaio a quasi 7mila punti (+40%). Ha creduto di riviverlo lunedì scorso, non appena il presidente americano ha annunciato una sorta di moratoria di cinque giorni nella guerra all’Iran, poiché erano in corso «conversazioni molto produttive» con non ben identificati leader di quel paese («persone giuste» nel superficiale lessico di Trump). Wall Street ha concluso che il peggio del conflitto era ormai alle spalle e che era tempo di risollevarsi.
Del resto lo dice anche la statistica che la perdita media segnata dall’indice S&P 500 in occasione di eventi geopolitici è stata del 6% negli ultimi 59 anni: guarda caso in linea con la correzione del 5,4% accumulata nelle prime tre settimane del conflitto. Ma un conto è ricredersi su tariffe minacciate dallo stesso Trump e un altro è far marcia indietro in una guerra (non vinta) con un ostinato contendente come l’Iran.
Le somiglianze
A ben vedere le uniche somiglianze con l’aprile 2025 poggiano sul sospetto di un clamoroso insider trading. Lunedì scorso, 15 minuti prima che Trump annunciasse la moratoria, s’era notato un forte balzo delle contrattazioni sul petrolio (per un valore superiore a 760 milioni di dollari, secondo il Wall Street Journal), accompagnato da una «simile fiammata nelle contrattazioni sul future S&P». Nota il giornale americano (vicino al partito repubblicano) che qualcosa di simile avvenne pure il 9 aprile 2025, quando una forte impennata di opzioni call (al rialzo) precedette di qualche minuto il solito post su Truth in cui Trump sconfessava di fatto il Liberation Day.
Allora Wall Street era volata del 10%. In questa occasione s’è limitata a un rialzo dell’1%, seguito da sedute alquanto nervose. Infatti, questa guerra è una questione ben più seria e le conseguenze economiche si prospettano assai più gravi rispetto ai precedenti conflitti. Innanzi tutto non è finita e l’ottimismo ostentato da Trump pare viziato dal tentativo di tranquillizzare i mercati, da lui considerati il miglior indicatore di fiducia, ancor più dei sondaggi, che segnalano un consenso sceso pressoché ai minimi storici per un presidente: al 40%, secondo la media delle rilevazioni compilata dal Nyt, o persino al 36%, stando alla più recente indagine di Ipsos Reuters.
All’ottimismo di Trump si contrappone il rifiuto iraniano a una qualsiasi resa. E se è logico pensare che i messaggi che giungono da Washington o da Teheran siano per lo più indirizzati a rassicurare le rispettive popolazioni, possiamo ritenere più attendibili le dichiarazioni di «tre alti ufficiali israeliani», riportate da Reuters: «Trump appare determinato a trovare un accordo, ma è altamente improbabile che l’Iran lo accetti».
Giuseppe Sersale di Anthilia si mostra alquanto perplesso su questo apparente dietro front di Trump, anche perché una risoluzione del conflitto, lasciando le cose come stanno, equivarrebbe a una ammissione di sconfitta. E poi resta l’incognita di come riaprire lo stretto di Hormuz e delle migliaia di soldati americani in arrivo nel Golfo, cosicché le prospettive di una rapida conclusione della guerra sono tutt’altro che rosee. Il prezzo del greggio, seppure in calo rispetto al massimo di 112 dollari di 10 giorni fa, resta vicino ai 100 , il 65% più alto d’inizio anno. In America il costo della benzina e del diesel è salito del 40/60% rispetto a 2 mesi fa. È volato il prezzo delle materie prime per l’industria e l’agricoltura, e persino gli approvvigionamenti sono a rischio.
«Anche se la guerra dovesse concludersi domani – scrive The Economist – i mercati del petrolio e del gas rimarrebbero sottoapprovvigionati per mesi», creando seri danni all’economia globale.
Le banche d’investimento si cimentano nell’abbassare le stime di crescita: di qualche decimale per gli Stati Uniti (comunque sopra il 2%), secondo Goldman Sachs, che però dimezza (allo 0,7%) la previsione sul pil d’Eurozona nel 2026.
Gli effetti
L’inflazione è vista salire di almeno un punto percentuale sia da noi, sia negli Usa. E il petrolio? Resterà attorno a 75 dollari, no a 85 dollari, dice Goldman, inseguendo i prezzi di mercato come fa per gli indici di borsa. Nella peggiore delle ipotesi, tutto questo potrebbe portare a una recessione, recitano le grandi banche. Ma fingono di credere al peggio e pressoché nessuna ha il coraggio di dire di non sapere come andranno le cose. Il messaggio ripetuto quasi all’unisono è: rimanete investiti in borsa. Parrebbe più facile predire il corso della politica monetaria. Invece la cosa si fa ancor più complicata. BofA, che accusa gli economisti si sottostimare i rischi economici, ma vanta generose stime di crescita per il pil Usa (al 2,1%) e quello europeo (+1,3%), vede tassi Fed invariati quest’anno, ma ben tre rialzi per quelli Bce. Goldman s’immagina invece due tagli dei tassi americani e due rialzi per quelli d’Eurozona, benché l’inflazione sia stimata crescere più o meno della stessa entità nelle due aree.
Dello stesso parere si mostra il mercato che scommette su due o tre rialzi del tasso Bce, tanto più dopo le recenti dichiarazioni del presidente Christine Lagarde. E non si capisce il senso di una politica restrittiva di fronte a uno choc da offerta che grava sull’economia e i consumi, col risultato di colpire due volte le famiglie. Quanto alla Fed, il mercato pare voler smentire Goldman e dar ragione a BofA: prevede tassi invariati quest’anno e semmai scommette un poco (al 23%) su un piccolo rialzo. Tutto è in divenire e l’incertezza è sovrana.
4 aprile 2026 ( modifica il 4 aprile 2026 | 09:03)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
