di
Lorenzo Cremonesi
Dal confronto tra i dati relativi alla guerra in Iraq (e altri conflitti nell’area) e l’attuale intervento in Iraq si deduce che le nuove tecnologie di volo e le strategie d’azione americano-israeliane finora abbiano funzionato bene
BAGDAD – A un certo punto gli iracheni cominciarono a chiamarlo Yaum elicoperat il giorno degli elicotteri. Poi i giorni divennero talmente numerosi che si trasformarono nelle settimane e quindi nei mesi degli elicotteri. La propaganda di Saddam Hussein sosteneva di averne abbattuti a centinaia, ma gli americani avanzavano ugualmente verso la capitale. Si era a fine marzo 2003, l’attacco di terra era iniziato nella notte del 19, poi un’impetuosa tempesta di sabbia aveva oscurato il cielo e reso i voli ancora più difficoltosi. La mattina del 23 marzo noi giornalisti costretti dagli agenti del regime nelle nostre stanze dell’hotel Palestine assistemmo in diretta all’abbattimento di un Apache. C’erano spari in aria, urla, qualcuno disse che i piloti si erano lanciati con i paracadute nel Tigri: la gente si riversò sui ponti per cercare di individuarli e i barcaioli usarono le reti da pesca per provare a recuperare i corpi. Si diffuse la voce che erano stati linciati e i loro cadaveri erano troppo malconci per essere mostrati in pubblico.
Dopo la guerra i comandi Usa confermarono che i due piloti erano stati catturati dalla Guardia Repubblicana e poi liberati. Il Pentagono disse che il loro elicottero era stato distrutto a terra dalle bombe della coalizione, ma la sera dopo la tv del regime iracheno mostrò i rottami branditi come un trofeo su di un camion per le vie della capitale. Di sicuro c’erano caos e notizie contraddittorie. Ma allora almeno un dato era certo: l’aviazione americana stava subendo parecchie perdite, sia per errori dei piloti, che per fuoco amico da terra e infine a causa della contraerea nemica. Nel solo scenario iracheno tra il febbraio 2003 e la fine del 2009 gli americani persero 129 elicotteri e 24 aerei. Di questi casi solo 46 erano da attribuirsi al fuoco del nemico. In tutto, durante quei sei anni difficili 283 soldati sono morti negli elicotteri e altri 19 negli aerei.
Sono dati che fanno capire quanto limitati siano stati dal 28 febbraio a oggi i danni per le aviazioni americana e israeliana: con centinaia di missioni di volo quotidiane, gli incidenti e gli abbattimenti sono circa una decina, praticamente nulla. Pare ovvio dedurre che le nuove tecnologie di volo e le strategie d’azione americano-israeliane finora abbiano ben funzionato. Durante l’invasione del 2003 due elicotteri carichi di forze speciali Usa erano stati distrutti dalle unità americane di terra in avanzata da nord che li avevano scambiati per iracheni. Un incidente tutto sommato non raro per gli eserciti che si muovono in territorio ostile. Tre anni prima tra le cause principali del ritiro israeliano dal sud del Libano c’erano stati certamente i kamikaze suicidi di Hezbollah, che terrorizzavano i soldati ai posti di blocco, ma anche il gravissimo incidente di due elicotteri trasporto truppa che nel febbraio 1997 si erano urtati in aria per errore uccidendo tutti i 73 militari a bordo in un rogo infernale.
Alla lista degli incidenti va aggiunto anche quello occorso al contingente italiano di Nassiriya il 31 maggio 2005, quando un elicottero AB-412 si fracassò al suolo durante una tempesta di sabbia causando la morte dei quattro soldati a bordo. Verso la fine del 2003 la guerra lanciata dai gruppi sunniti legati a Al Qaeda (che poi sarebbero diventati Isis) si fece talmente insidiosa che venne ordinato a tutti i piloti di volare molto alto. Ogni aeroporto venne circondato da forze d’intervento rapido col compito di eliminare qualsiasi cellula ostile. Gli aerei di linea arrivano a 10.000 metri di quota sulla pista di quello di Bagdad, quindi scendevano veloci a vite per limitare gli spazi dell’atterraggio. Cadere nelle mani dei tagliagole di Abu Bakr al Baghdadi divenne l’incubo di ogni pilota. Lo stereotipo del terrore fu la sorte toccata a Muath al-Kasasbeh, il pilota giordano il cui F-16 precipitò, sembra per un guasto meccanico, nei pressi delle postazioni di Isis a Raqqa. Era il 24 dicembre 2015. Dopo inutili negoziati, l’Isis diffuse un video terrificante di 22 minuti in cui il pilota veniva bruciato vivo in una gabbia di ferro.
4 aprile 2026
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