di
Gaia Piccardi
Intervista all’ex coach di Jannik: «Lui e Carlos non guardano mai al passato, e fanno bene. Sulla terra battuta è il vero tennis». Oggi al via il 1000 di Montecarlo
I progressi del figlio Rocco e l’evoluzione di Manas Dhamne, indiano classe 2007 («Troppo indiano: dice yes sir, thank you sir… non ha ancora capito che il tennis è una gabbia di squali!»), accendono d’entusiasmo la voce del maestro dei maestri, Riccardo Piatti, l’uomo che allenò solo fuoriclasse: Djokovic, Sharapova, Sinner. Gli chiediamo una riflessione tra il Sunshine Double di Jannik e l’inizio della stagione sul rosso, che scatta oggi a Montecarlo e potrebbe ridisegnare il vertice del ranking. «Ora viene la parte dell’anno più divertente…».
Perché coach?
«Il tennis su terra, meglio se tre set su cinque, è il più bello e difficile. Devi saper scivolare, muovere la palla, avere pazienza. Ci sono componenti che sulle altre superfici mancano. Non aspettiamoci che i big giochino alla grande da subito. Montecarlo serve per trovare i bilanciamenti, un nuovo modo di stare in campo dopo il cemento. E badate bene: non c’è una terra uguale all’altra».
Per una transizione ottimale, quanti giorni servono?
«Due settimane minimo. Ma i tennisti non ce le hanno. Vanno usati bene i giorni. La mia regola è: fare almeno 5-6 partite prima del torneo dove si vuole far bene. Certo Alcaraz e Sinner sono un livello sopra gli altri: a loro per fare lo switch basta poco. Alcaraz sul rosso ha una facilità di adattamento maggiore, a Jan potrebbe servire più tempo».
Cosa dobbiamo aspettarci?
«Abbiamo visto un inizio a pieno regime di Alcaraz, ora ad andare a mille è Jannik. Nel mirino hanno entrambi Parigi: chi ci arriva meglio, vince. Vediamo come Alcaraz si rimetterà in riga, e lo farà, e come Sinner gestirà l’avvicinamento: il suo obiettivo è conquistare il Roland Garros e, sulla strada, Roma».
Ma che tennis è uno sport in cui il terzo in classifica è staccato di settemila punti dai due predestinati?
«Era successo così anche all’epoca di Federer. Per me, l’unico che può impensierire quei due sulla terra è Zverev. È un gran lavoratore però non cambia mai punto di vista: va bene il padre coach, lui si trova bene così, ma magari dotarsi di un allenatore che gli dica qualcosa di diverso non guasterebbe. Sul rosso mi aspetto buone cose anche da Musetti, che a Parigi gioca sempre bene».
Della Gen Z, chi le piace?
«Sono curioso di vedere Fils, quando giocherà sulla terra. L’anno scorso a Montecarlo aveva perso da Alcaraz un match tirato, poi a Parigi si fece male. È forte come un toro, ha il tennis da rosso e zero punti da difendere. Qualche tempo fa, mandato dal presidente della Federtennis francese, è venuto alla mia Academy, a Bordighera. È intelligente, ambizioso e ha preso Ivanisevic come coach».
Fonseca è sopravvalutato?
«Mi piace, però non lo conosco: non so cosa gli passa per la testa. Io ragiono sempre con i numeri: Fonseca non gioca moltissimo, ha fatto 70-80 match Atp, vorrei vederlo investire una stagione a tutta birra. Quando avrà fatto 150 match, ne riparliamo. Negli Usa ha affrontato sia Alcaraz che Sinner: ha capito cosa gli manca per vincere? Non dovrebbe dormirci la notte…».
È stupito che Alcaraz in Australia non abbia avvertito ripercussioni del divorzio con Ferrero? Quando lei e Sinner vi separaste, Jannik ebbe bisogno di un assestamento.
«Questi ragazzi, Carlos e Jan, non guardano mai al passato, e fanno bene. È gente che bada al presente, a cosa si deve fare per vincere gli Slam. Pensano che sia meglio cambiare coach? Lo fanno, punto. E poi Carlos era già numero uno, Jannik invece doveva fare altri step».
Crede che Alcaraz resterà con Lopez o cederà alla tentazione del super coach?
«Penso che non cambierà a breve. Intanto non è facile trovare un super coach per Alcaraz: a me piace tanto Moya. E poi perché ha intorno persone che gli lasciano fare quello che vuole. Per dire, con Ferrero forse uno yacht da 9 milioni di dollari non lo comprava. Anche Nadal a un certo punto voleva lo yacht, ma zio Toni gli disse che se lo poteva scordare: doveva giocare a tennis. È distrattivo. Quante volte all’anno lo userà? Boh».
Sinner ha centrato il Sunshine Double perché è molto migliorato nel servizio o ci sfugge qualcos’altro?
«Le evoluzioni importanti le vedi nei match importanti. In questa stagione, finora, ne ha giocato uno: la semifinale in Australia con Djokovic, rimesso in condizione dal lavoro enorme con Dalibor Sirola. Attenzione: a differenza di Alcaraz e Sinner, Nole arriverà a Parigi senza essersi massacrato sulla terra. Lì e a Wimbledon verrà fuori il vero Djoker. Io sono un suo fan: un altro Slam può vincerlo. Sinner ha migliorato tutto il pacchetto, non solo il servizio. Inoltre, è cresciuto fisicamente. Vediamo come interpreta la terra: sarà subito aggressivo? Nel momento decisivo, sulla seconda di servizio, dovrebbe per forza esserlo. Alcaraz è molto produttivo nei game in risposta: viene avanti, mette pressione».
Secondo lei, adesso che si è avvicinato ad Alcaraz, Sinner ha in mente la classifica?
«Lui sa. Sa dove focalizzarsi, e quando serve farlo. La sconfitta a Doha non c’entra niente: è stata un momento di passaggio. Era già concentrato sullo swing negli Usa, dove aveva solo da guadagnare. Sulla terra, però, le partite interlocutorie sono meno scontate: le palle e il campo, durante il match, cambiano. Ma Jan si conosce: sa come dosarsi. Quest’anno vuole vincere un grande titolo sul rosso».
Per il terzo incomodo quanto ci vorrà?
«Con molto lavoro, Fils potrebbe metterci un anno, a Fonseca servono 150 match nelle gambe. Un’altra stagione, la prossima, passa tutta».
Al di là del talento, individua un filo conduttore nei fuoriclasse che ha allenato?
«La chiarezza sulle priorità: a Jannik, non a caso, portavo l’esempio di Maria Sharapova. E la brama di vincere: a tutto, anche a burraco».
Cahill è un suo buon amico: smetterà a fine anno?
«Guardi, allenare un numero uno o due del mondo è stressante. Significa far ruotare la propria vita intorno alle esigenze del giocatore: non è una vacanza. Penso che Darren si ritirerà perché ha voglia di fare altro, ma sinceramente non lo so».
Agassi è uno scenario plausibile accanto a Sinner, poi?
«Mmm, non credo. Io vedrei bene Andy Murray: intelligente, esperto, solido. Nel 2021, a Stoccolma, sconfisse un giovane Sinner in due set. Dopo il match andai a parlare con Andy: l’avrei preso subito ma lui aveva deciso di andare avanti a giocare, accidenti».
5 aprile 2026
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