di
Andrea Laffranchi
L’autore palermitano pubblica l’album «L’improbabile piena dell’Oreto»
«C’è sempre tempo per sistemare le cose». Immaginatevi la scena. Un bar a Mislimeri, entroterra palermitano. Uno sconosciuto si avvicina ad Antonio Dimartino e pensa di confortarlo con quelle parole. «Ho cercato di spiegargli come stanno le cose fra me e Colapesce e alla fine lui ha detto “va bene”, anche se ho avuto la sensazione che non mi avesse creduto».
E come vanno le cose fra voi due?
«La gente, senza sapere che prima del duo abbiamo avuto 10 anni di carriere soliste, pensa che abbiamo litigato. E invece abbiamo progetti cinematografici a cui già stiamo lavorando».
Però lei pubblica un album solista: esce l’8 maggio «L’improbabile piena dell’Oreto», prodotto da Roberto Cammarata.
«Spesso durante la scrittura mi sono chiesto: cosa penserebbe Lorenzo (Urciullo, vero nome di Colapesce ndr)? Gli ho fatto sentire tutto quando era troppo tardi per poter fare delle modifiche. Il suo commento positivo mi ha sollevato».
Come è stato tornare da solo?
«Mi ha destabilizzato non avere una controproposta. Il processo per tornare alla scrittura solista è stato un processo psicologico. Questo è un disco emotivo e libero: visto che il concetto è il fiume, ho pensato a un flusso, e ogni canzone finisce con una strumentale che porta al pezzo successivo».
Cosa si perdeva di Dimartino nel duo?
«In due fatichi ad essere personale, devi raccontare storie universali. Da solo indaghi dentro te stesso, dici cose che ti vergogneresti di dire davanti a un altro».
«L’oro del fiume» è il primo singolo. Che cosa racconta?
«L’idea che una rinuncia non è una sconfitta, che l’oro non è l’obiettivo della vita».
Viviamo in una società che spinge alla performance, alla ricerca dell’oro….
«L’altro giorno ho visto un video in cui Baricco diceva proprio di lasciar andare… spero sia una tendenza».
Da Colapesce e Dimartino ci aspettava più il platino che l’oro… Sentivate la pressione?
«Siamo sempre stati autonomi nelle scelte. Sapevamo quando e dove fermarci e non ci siamo mai trasformati in una ditta».
Conoscere dove si trova l’oro, successi come «Musica leggerissima», rende più facile o difficile la rinuncia?
«L’oro si trova per casi fortuiti, non c’è una formula. Potrei anche scrivere un disco di hit, puntare alle radio, ma non sarebbe il mio percorso».
«Non era il palco giusto per un disco così. Da maggio sarò in tour da solo, chitarra e voce. Mi piacerebbe arrivare in scena con una sedia pieghevole e accomodarmi».
In due avete scritto per Marracash, Emma, Fabri Fibra… lei da solo ha collaborato con Tiziano Ferro, Brunori, al brano di Sanremo di Tredici Pietro… Il pop italiano oggi sta bene?
«È finita un’epoca, quella delle canzoni scritte in sei autori. Anche se la musica da meme funziona, si aprono spazi diversi per chi non si vuole uniformare».
Che influenze ci sono nell’album?
«Il realismo magico di Gabriel Garcia Márquez. Diversi film di Wenders, soprattutto Il cielo sopra Berlino per l’idea che gli angeli intervengano nella quotidianità. Il Jarmusch di Peterson. E tanta adolescenza mia: in un brano ricordo la leggenda palermitana del sugghio, mostro con aspetto da lucertola e testa umana, che mi raccontava mio nonno per tenermi lontano dai pericoli del fiume».
Ci è tornato all’Oreto?
«Sono stato alla foce del fiume per il matrimonio di un amico. È la zona in cui venivano portati i detriti e le macerie del sacco di Palermo dell’epoca del sindaco Ciancimino. Ho visto un fiume vivo, un fiume di resistenza: la natura vince sul disastro ambientale».
Lei ha lasciato Milano per tornare a Palermo. Fuga?
«Lascio Milano in pace. Ci ho vissuto 5 anni e ho avuto paura di essere mangiato. Se a Milano non fai nulla diventa la città più brutta del mondo, ti senti in colpa perché non produci… Tornare a Palermo, registrare nella sala prove dove suonavo quando avevo 16 anni, è stato un modo per riappropriarmi del motivo per cui scrivo. Nella mia terra ho visto la bellezza e il terrore, sono cresciuto negli anni dei morti ammazzati per mafia, e le canzoni erano il mezzo che poteva portarmi da un’altra parte».
5 aprile 2026
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