Quale?
«Voglio che si sappia che da questo momento chiedo accesso a tutte le feste di Vanity Fair in Italia e nel mondo. Dai, mi accontento, anche solo in Italia va bene lo stesso».

Affare fatto. Torniamo a noi, in cosa è cambiato il suo pensiero da agnostico oggi rispetto a quando ha scritto il libro?
«Gli incontri con i lettori hanno cambiato alcune mie percezioni. Nel film infatti c’è la figura di un Papa che invece nel libro non c’era. Io e Michele Astori ci siamo confrontati spesso, proprio in quanto agnostici che stavano scrivendo di religione. E penso che questo sia fondamentale: non smettere di farsi domande».

Nel film il Pontefice è chiaramente Papa Francesco, perché ha scelto lui?
«È un Papa che ti avvicinava e credo che questo fosse già un punto di forza, poi sicuramente era anche molto divisivo, però per come sono fatto io, la sua apparente semplicità era un metodo per avvicinarmi a lui e quindi alla Chiesa. Con quella semplicità ti faceva pensare che fosse lui a venire a te, però secondo me era un metodo anche per fare il contrario, cioè era lui che ti elevava e ti portava a sé».

Lei lo ha incontrato davvero.
«Sì, e ricordo la frase che diceva a tutti e la disse pure a me “Prega per me”. Era sempre spiazzante, il concetto che le mie preghiere valgono come quelle del Papa. Questa cosa la trovavo coinvolgente. Dopo 35 sciù non ti compare Papa Ratzinger, ti compare Papa Francesco, aveva quell’uscire fuori dagli schemi che in qualche modo lo rendeva apparentemente normale».

Comunque si percepisce una sua fascinazione per la religione.
«Mi piacciono i santi che facevano le cose più che le preghiere. Io non credo ai miracoli perché penso che siano un’invenzione dell’uomo per non prendersi la responsabilità delle cose. La domanda, che faccio anche nel film, è “ma è più cristiano uno che si limita a pregare o uno che si limita a fare”? Temo che la fede molto pregata finisca in niente, in perdere tempo, in fingere di essere cristiani».

Nel film torna il tema delle «maschere» che indossiamo: qual è l’ultima volta che ne ha indossata una, se è capitato?
«Io sto lavorando per cercare di essere più me stesso in tutte le situazioni. Questo mi ha creato a volte dei problemi sul lavoro come alle persone che lavorano con me. Ma sono così, non faccio fatica, proprio per indole non riesco ad avere maschere. A volte mi capita di cedere alle comodità e questo va un po’ contro il mio modo di pensare».

C’è una critica esplicita alla politica nel film, con l’onorevole Tano Puccio. Chi è oggi nel nostro panorama politico?
«Purtroppo ce ne sono tantissimi e credo che la Sicilia sia una fabbrica di Tani Pucci. A un certo punto volevo anche mettere il nome di un noto politico siciliano che nel frattempom dopo che ho finito di girare, si è fatto ribeccare nuovamente. Il problema vero non è lui ma il fatto che ci sia una società che glielo permette. Dovremmo vivere Tano Puccio come una tragedia perché le sue azioni hanno conseguenze reali: dalla qualità della sanità alla vita delle persone. C’è un legame diretto tra quel sistema e, per esempio, un bambino costretto a spostarsi per delle cure. Spesso c’è un ritorno personale, si vota per convenienza ma alla fine il danno ricade su tutti».