il mastro

Pierfrancesco Favino è Il maestro Raoul Gatti

L’APPUNTAMENTO È ALLE 21,15 SU SKY CINEMA UNO, in streaming su NOW e disponibile on demand. È Pasqua e se cercate un film da vedere stasera in tv non ci sono alternative: il migliore è Il maestro di Andrea Di Stefano. 125 minuti che passano velocissimi come un incontro di Sinner, con in campo (quello della vita, soprattutto) due meravigliosi attori. Piefrancesco Favino e l’esordiente preadolescente Tiziano Menichelli (che faccia!).

Il maestro è stato presentato Fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025. È il quarto film da regista dell’attore Andrea Di Stefano. Viene dopo Escobar, The Informer, L’ultima notte di Amore (prima volta in partnership con Favino). Di Stefano l’ha scritto, con Ludovica Rampoldi, prima che scoppiasse la Sinner feaver, che tutti ci ritrovassimo tennis addicted. E di trionfale questo film ha poco o nulla. Almeno sul campo. Nella vita, invece è un’altra storia. Un altro, gioco, partita, incontro. C’è una vittoria?

Estate 1989. Il maestro è quello che cerca l‘impiegato Pietro (Giovanni Ludeno) per il figlio Felice (Tiziano Menichelli), campione di tennis da tornei amatoriali che deve fare il grande passo verso il professionismo giovanile. Né va della gloria famigliare. Il maestro è Raoul Gatti (Favino) che ha messo un’inserzione: ex campione si offre allenatore. L’incontro è tra due galassie lontane lontane. Sacchetto di gettoni telefonici, quaderno delle regole (mai avvicinarsi alla rete e via così) e cambi biancheria contati, il padre affida il figlio al maestro. Come Felice non sorride mai (ossimoro), così la spavalderia alla Guillermo Vilas di Gatti nasconde ben altro. Torneo dopo torneo, sconfitta dopo sconfitta, incontro dopo incontro, fuga dopo fuga la verità verrà alla superficie. Cos’è la vita? Cos’è il talento? Cos’è il tennis?

Stasera in prima tv c’è il film che ha trasformato Favino nel nuovo Mattatore del cinema italiano- immagine 4

Andrea Di Stefano sul set con Menichelli

Il maestro, nei suoi 125 minuti che forse potevano essere un po’ meno (a un certo punto gira un po’ a vuoto, ma poi si risolleva), è quanto di più vicino alla classica commedia all’italiana. Rivisitata in chiave contemporanea, ovviamente. Non è solo ricostruzione vintage degli anni Ottanta. Non sono solo i Ray Ban a goccia. È uso (divertente e poi subito doloroso) di un’epoca. C’è anche il suo simbolo sexy (Edwige Fenech, in un ospedale dove però non fa l’infermiera in giarrettiera), oltre ai completini da tennis e ai gettoni e tutto il resto. Non c’è nostalgia.

Complice Favino in stato di grazia, è la grande commedia all’italiana che risorge dalle sue ceneri. Per farci ridere di noi stessi e svelare le bugie che non vorremmo vedere. Il maestro in questo si avvicina a Il gaucho di Dino Risi (1964). Lì c’era una troupe italiana che andava in Argentina a cercare finanziamenti dai ricchi migranti. E scoprivano ben altro. Qui c’è Felice che un vincitore non sarà mai. E Raoul Gatti che nasconde ben altro di una grandezza passata. Ma c’è anche l’avventura della crescita e della vita. Conta il percorso, quell’estate in fuga come ne Il sorpasso (ma con finale meno tragico). Giocando a tennis nello spirito di Ugo Tognazzi. Con un protagonista che davvero è il nuovo Mattatore (film con Vittorio Gassman, ma anche in senso allargato) del cinema italiano. Quello che oggi si porta dietro tutto il suo passato. Vintage? Anche…