Il vicepresidente americano JD Vance volerà a Budapest il 7 e l’8 aprile, cinque giorni prima delle elezioni che potrebbero chiudere l’era Orbán o almeno incrinarne per la prima volta in 16 anni il mito dell’invincibilità.

Il 12 aprile gli ungheresi andranno alle urne per un turno elettorale che non deciderà solo il futuro dell’Ungheria, ma anche quello dell’Unione europea e degli assetti geopolitici regionali, da anni sotto il ricatto di un premier che si è fatto avanti a forza di veti e violazioni dello Stato di diritto.

Oggi, in un’escalation di colpi di scena – e colpi bassi – che hanno contraddistinto la campagna elettorale più aggressiva dell’Ungheria post-comunista, il primo ministro illiberale e icona globale dell’estrema destra rischia la sconfitta per mano di un suo ex fedelissimo, Péter Magyar. Secondo gli ultimi sondaggi il leader dell’opposizione sarebbe avanti con il 41% contro il 35% di Fidesz, il partito del premier. Un vantaggio che tende a consolidarsi man mano che ci si avvicina alla domenica elettorale, ma che potrebbe ancora cambiare di molto, considerando che quasi un elettore su quattro è ancora indeciso.

Da Bruxelles a Washington è chiaro a tutti che quella del 12 aprile non è un’elezione nazionale come le altre, ed è per questo che intorno a Budapest si agitano attori che con l’Ungheria hanno poco a che fare. Per Donald Trump la tenuta di Viktor Orbán significa salvare il modello politico di riferimento della destra sovranista occidentale, per Vladimir Putin vuol dire mantenere dentro l’Ue un alleato capace di rallentare sanzioni e aiuti a Kyiv.

Dopo l’endorsement di Trump lo scorso 5 febbraio – «Sono stato orgoglioso di sostenere Viktor nel 2022 e sono onorato di farlo di nuovo» – l’America corre in soccorso dell’alleato europeo più vicino al mondo Maga. Il vicepresidente JD Vance volerà a Budapest portando con sé il sostegno diretto di Trump. Il Tycoon era già entrato a gamba tesa nella campagna ungherese, esortando qualche settimana fa a votare per «l’amico Viktor», elevato su Truth – rigorosamente in maiuscolo – a «combattente» e «vincente». L’endorsement ha però subito innescato la reazione dell’opposizione. «Gli aiuti, da Est o da Ovest, hanno sempre un prezzo», ha avvertito il leader di Tisza, alimentando il sospetto che – come nell’asse tra Budapest e Mosca – dietro la mano tesa di Washington possano celarsi contropartite politiche e strategiche.

Sullo stesso campo e dalla stessa parte gioca anche la Russia, che in Ungheria avrebbe schierato da tempo i suoi migliori specialisti della manipolazione e della propaganda per dare una mano all’ultimo alleato di Mosca rimasto in Europa. L’obiettivo è amplificare il messaggio della campagna orbaniana, saldata su un bersaglio preciso: l’Ucraina, trasformata dal governo nel nemico centrale della narrazione elettorale.

Il collegamento con la Russia passa anche da canali ufficiali: per anni il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha mantenuto contatti regolari con l’omologo russo Lavrov, aggiornandolo anche durante i vertici Ue. In una telefonata del 2024 emersa nei giorni scorsi, Lavrov chiedeva la revoca delle sanzioni contro la sorella dell’oligarca Alisher Usmanov. Szijjártó rispondeva che Budapest, con la Slovacchia, ci sta lavorando. Successivamente, il nome è stato rimosso dalla lista delle sanzioni Ue.

Oggi la “democrazia illiberale” creata da Orbán, padre padrone di un Paese che nel 2020 è retrocesso da “democrazia imperfetta” a “regime ibrido”, è sottoposta a pressioni tali da metterne in discussione la tenuta. Orbán non è più intoccabile e, nella scomoda posizione dell’inseguitore, è stato costretto ad alzare l’asticella e ha spinto l’acceleratore sulla sua rodata “tecnica del nemico” che, dopo i migranti, la comunità Lgbtqi+, Bruxelles e Soros è diventata l’Ucraina, colpevole di tutti i mali ungheresi e espediente perfetto per distrarre gli elettori dalla crisi economica e sociale.

Nelle piazze, per la prima volta, i fischi entrano nei comizi, nonostante la coreografia retta da uomini incappucciati che allontanano i contestatori. Il 27 marzo, nella roccaforte Fidesz di Győr, Orbán è stato interrotto da fischi e proteste che hanno sovrastato perfino la sua rabbia: parole come “Ruszkik haza!”, Russi tornate a casa, e “Traditore” indirizzate al premier hanno riportato l’Ungheria in un clima che non si viveva dai giorni della Rivoluzione del 1956.

Strattonati da Usa e Russia, gli ungheresi sono chiamati a scegliere la strada che porta a Est o a Ovest: «L’Ungheria – ha promesso Péter Magyar – tornerà pienamente in Europa e si chiuderà la stagione di ostilità con l’Ucraina».